12 anni fa Fabrizio Quattrocchi mostrò «come muore un italiano»

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In pochi se ne ricorderanno, come sempre capita con i morti scomodi. E Fabrizio Quattrocchi scomodo lo era diventato per davvero con quella sua frase – «ora vi faccio vedere come muore un italiano» – pronunciata pochi secondi prima di venire crivellato dai mitra delle Falangi Verdi di Maometto, la formazione che l’aveva rapito in Irak insieme a Umberto Cupertino, Maurizio Agliana e Salvatore Stefio. Con quelle parole, rare ed essenziali come ogni preziosità, Il giovane bodyguard catanese (ma genovese d’adozione) cercò di frapporre un qualcosa, uno stile, tra sé e l’amaro destino che stava fatalmente per compiersi nella sabbia infuocata del deserto iracheno: lo stile dell’eroe, figura ormai espulsa dalla narrazione italiana, dallo storytelling nazionale, sempre preoccupato di ficcare nell’incolmabile bisaccia dei luoghi comuni ogni slancio, ogni comportamento riesca a stagliarsi oltre gli stilemi della solidarietà posticcia, del sempiternomake love not war o dell’afflato cooperativistico modello “due Simone“.

Ecco perché Quattrocchi è scomodo, perché con la sua morte – avvenuta esattamente dodici anni fa – ha smentito la narrazione brechtiana che vuole «beate» le nazioni «che non hanno bisogno di eroi». Lui, invece, si era permesso di diventarlo con un soffio, con quelle poche parole sparate in faccia ai suoi boia sapendo che sarebbero state queste, e non le loro pallottole, a perforare il muro della storia. E fu proprio per questo che una volta diffuso il video della morte, partì la corsa a disfarsi di quella carcassa ingombrante, di quel corpo che aveva preteso di sublimare in esempio. Alleanza Nazionale convinse il presidente Ciampi a conferirgli la medaglia d’oro al Valor Civile e le proteste fioccarono. Quattrocchi era un bodyguard. E per la sinistra l’equivalente di un mercenario. E può mai un mercenario assurgere a dignità di eroe? Certo che no. Del resto, lo aveva già deciso la matita di Vauro che “commemorò” Quattrocchi con un dollaro a mezz’asta sotto il titolo: “Morire per denaro”, trovando – manco a dirlo – la compagnia di Giuliana Sgrena, del Manifesto, la stessa la cui liberazione costò la vita a Nicola Calipari. La Sgrena vive solo perché è morto un altro al suo posto. Dovrebbe essere l’ultima a infangare la memoria di un eroe.

Ma tant’è: l’Italia ufficiale, quella che giustamente si commuove per i barconi in mare e che fa della solidarietà una bandiera sempre al vento, non versò tante lacrime per questo bodyguard che aveva osato cercare la sua strada aggregandosi agliyankees di George W. Bush. Quattrocchi non doveva sopravvivere a se stesso. Ma non è stato così: quelle parole, rare ed essenziali, lo hanno strappato dal suo corpo. Come un eroe.

12 anni fa Fabrizio Quattrocchi mostrò «come muore un italiano» (video)