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Adesso è la Kyenge a dettare la linea all’Ue: Niente muri, Schengen resti

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L’unione europea si è messa nelle mani di Cècile Kyenge per risolvere l’emergenza nel Mediterraneo.

All’ex ministro piddì, oggi europarlamentare, è stata affidata la scelta delle iniziative strategiche per un “un approccio globale alle migrazioni”. Ovviamente la ricetta proposta è la stessa che ha aperto le porte dell’Italia a una selva di disperati: niente controlli alle frontiere e libera circolazione su tutto il territorio europeo. “La libera circolazione dei cittadini all’interno dell’area Schengen in Europa – ha spiegato dopo il Consiglio affari interni di Amsterdam – è una conquista epocale su cui si fonda l’Unione Europea e la sua fine segnerebbe il declino del progetto di integrazione europea”.

Insieme all’eurodeputata maltese Ppe Roberta Metsola, la Kyenge è la la correlatrice delRapporto di iniziativa strategico sulla situazione nel Mediterraneo e sulla necessità di un approccio globale dell’Ue alle migrazioni. Il dossier prevede tra i punti principali proprio la tutela di quel sistema Schengen che negli ultimi mesi ha mostrato tutte le sue fragilità. Tanto che una larga maggioranza di Paesi – non soltanto i sei che attualmente hanno ripristinato icontrolli (Austria, Germania, Svezia, Norvegia, Francia, Danimarca) – ha invitato la Commissione a preparare le procedure per l’attivazione dell’articolo 26 nell’ambito del codice Schengen. L’articolo prevede la possibilità per uno o più Stati membri di estendere i controlli alle frontiere interne fino a due anni. Una misura che di fatto scardina la filosofia su cui è nata l’area di libera circolazione. Eppure la Kyenge continua a premere l’acceleratore su Schengen. “Può essere salvato”, insiste proponendo all’Unione europea di “superare l’attuale stato d’eccezione come farebbe uno Stato federale di 500 milioni di abitanti”, e cioè“dotandosi di un insieme di più forti strumenti di vera solidarietà fra gli Stati Membri”.

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La regola era stata inserita nel Codice Schengen nel 2013, dopo le Primavere arabe e le frizioni Berlusconi-Sarkozy, quando Parigi voleva bloccare il flusso di immigrati a Ventimiglia. Ma l’articolo 26 rischia di essere usato per la prima volta a maggio, quando Germania e Austria saranno i primi due Paesi ad aver esaurito il tempo messo a disposizione dalle norme ordinarie, il 24 e 25, utilizzate fino ad oggi. L’ipotesi di farvi ricorso era già stata paventata a dicembre, come strumento di pressione nei confronti della Grecia, insieme all’idea di creare una mini-Schengen. Le minacce erano poi rientrate, quando Atene aveva accettato le forze di intervento rapido Frontex. Oggi il problema si ripresenta con tutta la sua forza. Perché i disperati arrivati in Europa sono troppi, perché sempre più spesso si verificano violenze a sfondo etnico e religioso, perché tra gli immigrati si nascondono, troppo spesso, pericolosi terroristi. Per la Kyenge è, ancora una volta, la revisione “in chiave solidale” del Regolamento di Dublino. La guardia di frontiera, istituita dalla Commissione europea, entrerebbe in campo soltanto “nelle situazioni critiche” lungo “le frontiere esterne sotto pressione”. “Questa è la via – è la conclusione – non certo i muri o la fine di Schengen”. Qualcuno però dovrebbe ricordarle che in Italia, quando la Kyenge era ministro dell’Integrazione, queste politiche non hanno funzionato.

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