Alla Marina mezzo milione al giorno per ripescare i cadaveri dei migranti…

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Dopo le tante polemiche per Mare nostrum e le altre missioni per salvare i migranti vivi, arriva una mini Mare nostrum anche per i morti. La Marina militare ha illustrato i primi dettagli di un’operazione di recupero che si annuncia complessa e costosa. L’obiettivo è recuperare e dare pietosa sepoltura ai corpi dei migranti vittime del naufragio del 18 aprile 2015. Il relitto si trova a 100 km dalla Libia e a 200 da Lampedusa, ma ancora una volta tocca all’Italia, l’Europa pensa ad altri interessi. L’intervento è tecnicamente tutt’altro che ordinario tanto da far dubitare che il movente sia solo la pietas per i morti e non si voglia invece trasformare l’operazione in una passerella di politici che dipinga un’Italia accogliente e caritatevole verso i profughi, proprio mentre Roma preme con Bruxelles per mettere in piedi un meccanismo per fermare l’arrivo di altri migranti, come testimonia un’intervista rilasciata al Financial Times dal ministro degli Interni Angelino Alfano.

Sarebbe ipocrita nascondersi dietro alla bandiera della pietà senza tenere conto che i conti si fanno con le risorse limitate a disposizione. E di risorse per il recupero dei poveri resti dei naufraghi non ne servono poche. Il relitto si è inabissato a 370 metri di profondità. Per mesi tre navi della Marina hanno scandagliato le acque con i mezzi teleguidati del Gos, il Gruppo operativo subacquei del Comsubin, recuperando 169 corpi che si trovavano all’esterno del relitto del peschereccio affondato. Di più con i mezzi della Marina non si può fare. La profondità a cui è ancorato il relitto, con dentro forse altri 500 cadaveri, è un abisso senza luce, dove la pressione dell’acqua è elevatissima. Niente di inarrivabile con le tecnologie moderne, ma serve l’intervento di (costosi) specialisti. La Marina si è rivolta a due società, la trentina Impresub Diving and Marine Contractor, che solleverà il barcone dal fondale tramite un sistema a pistoni, e la Ievoli Ivory che si occuperà delle operazioni in superficie. Il comando militare al momento non fornisce altri dettagli, mentre Vittorio Piscitelli, commissario straordinario del Governo per le persone scomparse, si limita ad ammettere che «i costi non saranno contenuti».

La Marina militare a sua volta mobiliterà quattro navi, tra cui un cacciamine, e gli uomini del Gos. Ai militari spetterà assicurare una «cornice di sicurezza» attorno all’area e la supervisione delle operazioni sia in superficie che in profondità. Una mobilitazione in grande stile che, secondo le stime più attendibili, dovrebbe costare tra i 500 e i 700 mila euro al giorno. Secondo Piscitelli per il recupero possono bastare un paio di giorni. Ma una mobilitazione di questa ampiezza in genere richiede un’altra settimana prima che tutti i mezzi siano in posizione. «Si tratta indubbiamente -osserva Daniele Lazzeri chairman del think tank Il Nodo di Gordio- di nuovi costi che si vanno ad aggiungere ai pesanti sforzi che la Marina Militare italiana ha dovuto sostenere negli ultimi anni e a quelli che probabilmente saranno richiesti al nostro governo dall’Ue e dalla comunità internazionale per l’impegno in Libia».

Costi giustificati? È legittimo ad esempio chiedersi se quel denaro possa essere speso per i profughi vivi, il cui afflusso invece si cerca di fermare, anziché per i morti. La scelta è tutta politica, come conferma un tweet dell’account ufficiale della Marina Militare del 29 giugno 2015: «Su indicazione @Palazzo_Chigi iniziato recupero corpi all’esterno del natante affondato il 18 aprile 2015». Una volta a terra, quattro squadre di medici in un tendone tensostatico tenteranno di identificare i poveri resti. L’ipotesi in campo come destinazione finale sembra scelta apposta per fornire una cornice suggestiva: un ex campo di concentramento della seconda guerra mondiale a Tarsia (Cosenza) che sarà riconvertito a cimitero. Il luogo ideale dove versare lacrime di coccodrillo.

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