Il Sud con Salvini

Aver ucciso Gheddafi ha trasfomato il Mali nell’inferno di Parigi

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Fosse un film s’intitolerebbe la «settimana della nemesi». Una settimana in cui la Francia sconta tutti gli errori commessi da Nicolas Sarkozy e Francoise Hollande. Se i massacri di venerdì 13 derivano dalla decisione di appoggiare quella rivolta siriana diventata la grande levatrice dello Stato Islamico, l’assalto al Radisson Hotel di Bamako è figlio invece dell’eliminazione del dittatore libico Muhammar Gheddafi.

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Per comprenderne il perché bisogna tornare al gennaio del 2012. In quel mese la rivolta delle tribù tuareg del nord del Mali si risveglia dopo un letargo di cinque anni. Dietro quel risveglio c’è il destino riservato dal presidente francese Sarkozy al Colonnello. Per decenni il dittatore libico ha garantito, a modo suo, una sorta di limacciosa stabilità alle regioni settentrionali del Mali arruolando i guerrieri tuareg e trasformandoli in una sorta di guardia personale ospitata dentro i confini libici. Conosciuti come i «curdi d’Africa» i tuareg spaziano su cinque nazioni, ma non sono mai riusciti a dar vita ad un proprio stato. Le loro indiscutibili doti militari li trasformano però nei mercenari del Colonnello che li utilizza, fin dagli anni ’70, per le proprie campagne ai quattro angoli del continente. Questa forma d’interessata adozione, pagata con i soldi del greggio libico, impedisce ad Al Qaida e alle altre fazioni jihadiste, infiltratesi nel nord del Mali sin dal 2001, di conquistare la piena egemonia sui cosiddetti «uomini blu» che preferiscono di gran lunga i compensi del Colonnello ai miraggi islamisti di Al Qaida Maghreb. La guerra a Gheddafi voluta dalla Francia d’intesa con il Qatar ribalta questo panorama geostrategico. Alla morte del Colonnello i Tuareg devono scegliere se diventare bersagli della vendetta «rivoluzionaria» o porsi al servizio dei nuovi vincitori. E così i Tuareg, dopo aver saccheggiato i depositi di armi del Colonnello decidono di non aver più alcun motivo per restare in Libia né per mantenere le distanze dal contagio islamista. E così quando, nel gennaio 2012, le colonne di fuoristrada tuareg armate di missili, cannoni e mitragliatrici lasciano la Libia alla volta del Mali la rivolta per l’indipendenza da Bamako ha una brusca accelerazione. Un’accelerazione accompagnata dalla deriva islamista di Ansar Dine (partigiani della religione) la formazione che – sotto la guida di Yyad Ghali comandante delle rivolte tuareg degli anni novanta – s’allinea con Al Qaida nel Maghreb Islamico. Il dilagare della rivolta seguita dalla caduta di Timbuctu e dell’intero nord costringe Francoise Hollande a dare il via libera ad un massiccio intervento armato per evitare la caduta dell’intera ex colonia in mani islamista, garantire l’eliminazione dei gruppi jihadisti e consentire la riconquista del nord. Il traballante accordo di pace tra il governo del Mali e le tribù tuareg del nord del giugno 2013 non estirpa però il contagio integralista. Così mentre Parigi mette fine all’intervento armato e affida la lotta ai gruppi jihadisti del Sahel ad un contingente di 3mila uomini basato nel Chad i protagonisti della rivolta del nord del Mali tornano in azione. E tra i primi a ripresentarsi c’è Mokhtar Belmokhtar il terrorista fuoriuscito da Al Qaida Maghreb responsabile, nel gennaio 2013, del sanguinoso assalto al centro petrolifero di Amenas del sud dell’Algeria costato la vita a decine di occidentali. Grazie a lui prende forma quel movimento dei «Mourabitoun», responsabile dell’assalto al Radisson Hotel identificato come una propaggine maliana dello Stato Islamico. Una propaggine che conferisce ulteriore profondità strategica ad un Califfato già esteso su Iraq, Siria, Sinai e Libia. E proprio quella profondità strategica, estesasi da ieri fino all’ex colonia del Mali, rischia d’impedire alla Francia d’impegnarsi da sola in conflitto a tutto campo. Costringendola, inevitabilmente, ad attendere l’aiuto di Europa e America per dare il via alla vendetta promessa dal presidente Hollande. Un’imbarazzante forma d’impotenza figlia anch’essa degli errori su scala globale commessi da Parigi negli ultimi quattro anni.

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