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Bosnia, l’Islam radicale alle porte d’Italia (nel cuore dell’Europa)

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BUŽIM (Bosnia Erzegovina) – La strada si fa stretta, sterrata, le case diradano. Velika Kladusa è alle spalle e non rimane che salire affidandosi al vecchio Murat che conosce bene questa triste montagna di confine: «La terra di Bilal è lassù, bisogna tenere gli occhi aperti».
Altri cinque chilometri di sassi e buche ed ecco spuntare su un prato scoperto lo scheletro di un edificio in costruzione. È il centro di preghiera salafita voluto dall’imam Husein Bosnić che tutti chiamano Bilal, il più grande reclutatore europeo di jihadisti. Così, almeno, lo considerano varie procure che hanno trovato tracce tangibili del suo passaggio in Svezia, Austria, Slovenia, oltre che a Roma, Cremona, Bergamo e Pordenone. Indagato anche in Italia dall’antiterrorismo di Venezia per aver promosso la Guerra santa e radicalizzato musulmani prima moderati come i «bellunesi» Ismar Mesinovic (poi morto in Siria) e Munifer Kalamaleski, Bosnić è stato arrestato e condannato il mese scorso a 7 anni dal tribunale di Sarajevo. Per «attività terroristica attraverso il reclutamento di persone della comunità salafita, diventati parte dell’Isis allo scopo di compiere attentati terroristici», scrive nell’atto d’accusa il procuratore Dubravko Čampara che gli ha dato la caccia per lungo tempo. E che la settimana scorsa ha ottenuto l’arresto di 11 sospetti terroristi che stavano pianificando un attentato a Sarajevo «puntando a uccidere oltre 100 persone».
A Bosanska Bojna, in questa landa isolata di Nord Ovest, il predicatore ha comprato otto ettari di terra «usando denaro arrivato dal Qatar che gli ha versato 200 mila dollari», aggiunge sospettoso Čampara. La scelta del luogo non è casuale. Si tratta infatti di un’area di confine molto particolare: di qua c’è la Bosnia, Stato extracomunitario e cuore musulmano d’Europa, di là la cattolica Croazia e l’Unione europea. Dal gennaio 2016 la repubblica croata sarà anche area Schengen e quindi le persone potranno circolare più liberamente verso gli altri Stati membri. L’Italia poi è a portata di orizzonte: 210 chilometri, Trieste.

Villaggi salafiti, terreni e sharia: l’islam radicale alle porte d’Italia (nel cuore dell’Europa)

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Il confine di Bosanska 
Proseguiamo sullo sterrato, oltre il «regno» di Bosnić. Fatte quattro curve ecco l’importante frontiera europea: una sbarra arrugginita con appeso un cartello di stop a interrompere la stradina e, dieci metri più in là, un gabbiotto bianco abbandonato dove un tempo forse c’era qualche poliziotto. Fine. Chi volesse evitare divise e dogane qui, fra i boschi di Bosanska Bojna, può farlo. Cittadini, predicatori, ma anche combattenti, terroristi. E soprattutto trafficanti d’armi, visto che la Bosnia è un po’ la santabarbara d’Europa per via della guerra degli anni Novanta che ha riempito i Balcani di mitra e munizioni. «I proiettili di Charlie Hebdo sono stati fabbricati a Mostar, alcuni kalashnikov delle ultime stragi arrivano dalla ex Jugoslavia. Parigi ci sta chiedendo collaborazione e verifiche e noi stiamo procedendo», ricorda Igor Golijanin, giovane capo di gabinetto del ministero della Sicurezza che ha alzato il livello di allarme.

Dalla prospettiva di Bosanska le parole di Bosnić suonano ancor più sinistre: «Si comincia dai boschi, raduniamo i migliori eserciti e cadranno i migliori martiri», «ciò che più rallegra Allah sono i suoi schiavi quando vanno fra gli infedeli e combattono finché non vengono uccisi», «questo significa prepararsi a una legge islamica»,  «un giorno il Vaticano sarà musulmano».
Intorno al confine solo sterpaglie, faggi ingrigiti dall’inverno e un paio di casette in legno con i camini che fumano. Da una finestra si affaccia un signore alto e magro che sembra Clint Eastwood. É Zlatko Popovic, funzionario di polizia in pensione: «Non preoccupatevi, non c’entro con la frontiera… Bilal? Eh, è chiaro che lui e i suoi seguaci non sono venuti qui casualmente. In questa terra non ti vede nessuno, non ci sono controlli e sei molto vicino agli Stati del Nord». Bosnić lo sa bene e lo sanno anche i suoi sponsor arabi qatarioti che gli hanno messo in mano i dollari del deserto per realizzare un masjid fra le montagne europee più ruvide e nascoste.

I dollari del deserto
«Ci risulta che siano diversi paesi arabi che stanno investendo: Qatar, Emirati, sauditi… spesso attraverso bosniaci salafiti o wahhabiti», indica Golijanin sulla cartina geografica del suo ufficio di Sarajevo puntando il dito sulle valli nordiche. 
Salafiti e wahhabiti significa islam sunnita, radicale, ultraconservatore, intriso della sharia più rigida che non disdegna la Guerra santa. Anche questa è un’eredità della guerra dei Balcani quando in Bosnia arrivarono oltre duemila mujaheddin dai paesi arabi, dalla Cecenia e dall’Afghanistan, per combattere a fianco dei musulmani bosgnacchi, storicamente moderati, contro i cattolici croati, gli ustascia e gli ortodossi serbi. Lì esplosero le anime religiose dell’ex Jugoslavia che secondo l’intelligence ha portato alla nascita di una decina di piccoli villaggi fondamentalisti dove di tanto in tanto sventolano le bandiere nere dello Stato islamico e le donne girano in niqab o in hijab e dove la legge è quella del Corano. «In questi luoghi si arriva da una sola strada visibile dall’alto perché devono vedere chi sale. Si trovano in aree confinanti fra province o fra cantoni o sulla linea della Croazia dove non si sa bene quale sia la polizia competente, rendendo meno efficace l’attività repressiva», spiegano gli uomini del Sipa, le forze speciali di polizia.

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