BREVE STORIA DELLA ”FLAT TAX” DAI TEMPI DI RONALD REAGAN ALLA PROPOSTA FISCALE DELLA LEGA DI OGGI: ECCO COME FUNZIONA

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Un schizzo su un tovagliolo del ristorante. La leggenda narra che l’allora giovane e sconosciuto Arthur Laffer spiegò la sua teoria economica a Ronald Reagan (un altro presidente tanto odiato dall’establishement quanto amato dai cittadini, come Trump) disegnando la curva che prese il suo nome su un tovagliolo di un ristorante e il presidente USA la mise in pratica e varò la sua riforma fiscale, un poderoso taglio delle tasse, proprio grazie a quel disegno e soprattutto contro il parere della maggior parte degli economisti che mai, neppure a distanza di decenni, perdonarono a Laffer la semplicità del suo modello economico rispetto a quelli sfornati da loro e basati su complicatissime equazioni differenziali.

Piccola particolarità: la curva di Laffer ha dimostrato di funzionare nella realtà (forse perché proprio frutto di un attento studio della realtà), a differenza di quelle neoclassiche e ultraliberiste che, quando applicate nella realtà, hanno provocato disastri immani: l’Argentina della giunta militare, la Grecia “risanata”, l’Italia da Monti Mario in poi.

Ma cosa dicono Laffer e la sua curva? Un concetto semplice ed evidente: quando le tasse salgono oltre una certa percentuale del reddito, le entrate fiscali, anziché crescere, calano. Come mai? Semplice: se lo stato diventa troppo ingordo, la gente troverà non conveniente lavorare, per cui chi potrà, chiuderà l’attività, andrà all’estero o cercherà di evadere.

Conseguenza di questo, secondo Laffer, è che un taglio della pressione fiscale, può far aumentare le entrate, perché la gente troverà non conveniente evadere o chiudere o trasferirsi all’estero. Questo consentirà allo stato di aver maggiori risorse e nello stesso tempo, crescerà l’economia reale, perché chi ha più soldi in tasca, più spende od investe.

Non ci credete? Bene: sappiate che mentre i giornalisti italiani vi pigliano per i fondelli con “allarmi” sulla neve e l’influenza, FCA, ovvero Fiat, ha annunciato che sposterà uno stabilimento dal Messico al Michigan per effetto del taglio fiscale attuato da Trump e WalMart, la principale catena di supermercati USA, aumenterà lo stipendio dei propri dipendenti sempre per effetto del taglio fiscale di Trump. Quindi, avremo nuovi lavoratori (stabilimento in Michigan) e lavoratori con le tasche più piene (doppiamente, perché il taglio fiscale vale anche per loro) che, ovviamente, potranno permettersi nuovi acquisti, quindi nuovi ordinativi alle aziende, che probabilmente assumeranno nuovi lavoratori. L’esatto contrario di quanto accaduto nell’italico stivale, così solerte nell’attuare le teorie economiche neoliberiste tanto care alla ue, ai suoi oligarchi , ed ai professoroni universitari che si beano di meravigliosi modelli economici.

Alla luce di tutto questo, la proposta avanzata da Salvini e fatta propria dal centro destra, di introdurre una flat tax in Italia sul modello delle riforme fiscali di Reagan e Trump appare come l’unica via di salvezza per il nostro paese.

Cosa significa flat tax? Semplice una tassa, bassa, uguale per tutti. Ad esempio il 20 o 30% del reddito. In base agli studi di Laffer, il 30% è la soglia massima, oltre la quale i cittadini iniziano a “soffrire” e quindi a cercare strade alternative per non pagare le tasse.

Alcuni lamentano che in questo modo vengono avvantaggiati i ricchi, perché pagare 2.000 euro su 10.000 non è uguale che pagarne 200.000 su 1.000.000 e quindi servano aliquote progressive, ovvero pagare percentuali di tasse più alte a mano a mano che si guadagna di più (ad esempio il 43% se guadagno 100.000). Al di là del fatto che le aliquote progressive hanno anch’esse un effetto deprimente sul mondo lavorativo: perché devo impegnarmi di più, se poi quello che andrò a guadagnare me lo “mangerà” lo stato?, si può ugualmente “favorire” i redditi più bassi senza intaccare il concetto di flat tax.

In che modo? Ad esempio prevedere una soglia di esenzione totale dalle tasse per i redditi più bassi. Possiamo ipotizzare, ad esempio, che tutti i redditi sotto i 15.000 euro l’anno non siano tassati. A seguire possiamo introdurre delle deduzioni fiscali per l’acquisto di determinati beni e servizi, che vadano a scalare al crescere del reddito. Ad esempio: nessun ticket ospedaliero per chi guadagna meno di 20.000  euro e poi via via introdurli all’aumentare del reddito.

D’altra parte già oggi, chi ha determinati redditi, preferisce acquistare determinati servizi o beni anziché usare quelli pubblici.

La flat tax, potrebbe quindi rappresentare una positiva scossa al sistema economico italiano, invertendo la rotta e facendo tornare il benessere e l’imprenditoria nel nostro paese.

Ovviamente questo non piace a chi parla di “europa”, di “euro”, di “austerità”, perché chi predica questo, non fa i nostri interessi, ma quelli di forze esterne e spesso concorrenti al nostro stato. Se vogliamo quindi avere qualche speranza di sopravvivere, il 4 marzo prossimo abbiamo una sola scelta da compiere. Votare chi la vuole applicare all’Italia, finalmente.

Luca Campolongo – Il Nord