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“Cellule autonome, Europa a rischio Girano 40 milioni di passaporti falsi”

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Nessuno Stato può sentirsi al sicuro perché l’Isis potrebbe colpire ovunque. Il rischio maggiore è rappresentato dalle cellule jihadiste sparse nei Paesi occidentali e in grado di attivarsi senza ricevere ordini dall’alto. La situazione si complica se si considera che nel mondo ci sono 40 milioni di passaporti falsi in circolazione. E alcuni di questi potrebbero essere in mano ai terroristi. È l’allarme che arriva dalle agenzie di intelligence statunitensi che dal 15 al 20 novembre scorso a Washington, si sono riunite insieme ai rappresentanti di altri Stati tra cui l’Italia, per fare il punto sulla minaccia terroristica portata avanti dal Califfato. Per il nostro Paese erano presenti il presidente del Copasir, Giacomo Stucchi e il segretario Felice Casson. In un documento riassuntivo che Il Tempo ha avuto modo di visionare, le agenzie di intelligence degli Usa puntano l’attenzione su alcuni aspetti critici della lotta al terrorismo perché «le misure utilizzate finora contro lo Stato islamico non hanno dato risultati e non hanno evitato i fatti di Parigi del 13 novembre scorso».

La minaccia reale e concreta che l’Isis porta avanti da oltre un anno è rappresentata dalla consapevolezza che lo Stato islamico non impartisce ordini diretti ai seguaci sparsi in Occidente. L’elevata autonomia delle singole cellule e le scarse risorse di cui hanno bisogno per compiere attentati, infatti, rendono più complicato il lavoro dei sevizi segreti elevando il rischio ai massimi livelli in tutti i Paesi. Tutto questo è strettamente collegato anche con il fenomeno dei flussi migratori che dalla Libia e dalla Siria, attraverso le rotte balcaniche, arrivano in Europa. Secondo gli 007 Usa nel mondo, al momento, in circolazione ci sono 40 milioni di passaporti falsi. Una parte di questi, quindi, potrebbe essere stato utilizzato dagli jihadisti per infiltrarsi in Occidente attraverso vari itinerari. Una minaccia globale, dunque, che dopo gli ultimi attentati di Parigi, così come a seguito dei fatti dell’11 settembre 2001 a New York, ha risvegliato le “coscienze” mondiali assopite da anni rispetto ad una minaccia terroristica mai cessata. E proprio in merito a quanto accaduto in Francia, a Washington l’attacco ai servizi segreti di Francois Hollande è stato frontale: «Non si avevano evidenze specifiche – dice il direttore della National Security Agency, Michael Rogers – anche se era noto che erano in preparazione attentati in Europa e la Francia era sicuramente uno degli obiettivi più probabili».

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L’allerta, però, a distanza di oltre un mese è ancora altissima. Dopo la strage di Parigi e l’incontro negli Usa, infatti, (e nonostante l’accusa di “frammentazione” mossa durante il vertice dagli 007 di Obama ai servizi segreti europei, colpevoli di una “carenza di scambi informativi”), proprio l’America i primi di dicembre ha subito l’ennesimo attacco terroristico a San Bernardino, in California, ad opera di una cellula in sonno (marito e moglie, entrambi affiliati all’Isis) che hanno assaltato un centro di servizi sociali uccidendo 14 persone. Lo schema usato dagli attentatori è lo stesso descritto nel documento e che indica nelle singole cellule, scollegate dal vertice, il nemico difficile da individuare. Anche i due attentati avvenuti quest’anno a Parigi, distanti poco tempo l’uno dall’altro (quello alla redazione del Charlie Hebdo e al supermercato kosher dello scorso gennaio e quelli del 13 novembre), così come l’attacco alla base militare di Chattanooga, in cui sono morti cinque Marines, rispettano lo stesso modello. La sensazione è che, nonostante gli sforzi e l’auspicio di un coordinamento tra intelligence, qualcosa ancora sfugge a chi si occupa della sicurezza. Una risposta potrebbe arrivare da quanto detto a Washington dal direttore della Nsa: «Lo Stato islamico compie grandissimi sforzi per nascondere le proprie comunicazioni, criptandole ad alto livello o nascondendole all’interno della massa di dati prodotti dai social media».

Francesca Musacchio
Il Tempo

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