COSÌ LA CARITÀ ITALIANA FINANZIA IL TERRORISMO E L’ISIS MARCIA SU ROMA

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Foto LaPresse 08-08-2013 Roma Cronaca Termina oggi la festività islamica del Ramadan, fedeli in preghiera alla Moschea di Roma

Finora è stata quasi ignorata, considerandola alla stregua di un normale rituale religioso. Adesso, però, da quando il terrorismo di matrice islamica sta colpendo quasi a cadenza regolare l’Occidente, i soldi della zakat (elemosina) raccolti nelle moschee durante la preghiera, finiscono sotto la lente d’ingrandimento dell’Antiterrorismo a livello nazionale. Il sospetto, in alcuni casi quasi una certezza, è che parte di questo fiume di denaro sia destinato a finanziare il terrorismo.

Il meccanismo sarebbe piuttosto semplice e coinvolgerebbe (come vittime) i fedeli che versano una parte del proprio reddito in favore di altri credenti meno abbienti o comunque bisognosi di sostegno economico. Nei paesi occidentali la zakat viene impropriamente tradotta con il termine elemosina, presupponendone la volontarietà del gesto. Per l’Islam, invece, assume i connotati dell’obbligo (è uno dei 5 pilastri) di versare la decima parte del proprio reddito a persone e/o associazioni caritatevoli precedentemente individuate delle associazioni islamiche operanti a Roma, come nel resto d’Italia, proprio i fondi raccolti con la zakat in alcuni casi rappresentano motivo di discordia in seno alle varie comunità. Adesso l’Antiterrorismo vuole vederci chiaro, soprattutto alla fine del Ramadan (terminato ), durante il quale le attività di raccolta del denaro sono più fiorenti.

La vicenda, però, è di quelle complicate perché la finanza islamica si muove su percorsi tortuosi e spesso non tracciabili, come può essere proprio la raccolta, lo smistamento e il successivo utilizzo dei fondi raccolti con la zakat. Tutto denaro contante che finisce nelle mani di chi gestisce le moschee e le associazioni culturali islamiche e che spesso non sarebbe chiaro a chi è destinato. Non solo. A questi si aggiungono i soldi che da Qatar e Arabia Saudita arrivano in Italia per la costruzione (o la gestione) dei luoghi di culto.

Anche qui i conti non tornano. egli ultimi anni nelle casse di certe moschee sarebbero arrivati 5 milioni di finanziamenti proprio da Qatar e Arabia Saudita. L’invio di questi soldi in Italia non è diretto. Prima di approdare nel nostro Paese, infatti, il denaro viaggerebbe attraverso fondazioni che hanno sedi all’estero e poi trasferiti su conti correnti in Paesi come la Germania o la Svizzera. In Italia confluirebbero per lo più un istituto bancario al quale si rivolgono la maggior parte dei musulmani italiani, anche per le loro attività private. Da qui, poi, una parte di questi soldi verrebbe impiegata nelle attività della comunità, come la realizzazione di luoghi di culto. Altra parte, invece, prenderebbe vie.

Come nel caso dei soldi della zakat, che sulla carta sono a favore dei più bisognosi, tra cui anche quelli che si trovano all’estero attraverso percorsi che all’apparenza risultano regolari. Un esempio di questo strano giro è quello che coinvolgerebbe alcune Ong che portano aiuti umanitari nei teatri di guerra. Altri soldi, invece, girerebbero su conti correnti nazionali ed esteri anche cifrati. Questi ultimi sarebbero per la maggior parte in Svizzera dove, con aerei privati, arrivano anche ingenti somme di denaro in contanti che poi viene smistato.

Una parte viene inviata in Pakistan, Afghanistan, Siria o Iraq, dove le basi dei gruppi terroristici come Isis e Al Qaeda. I soldi, infatti, andrebbero a finanziare tutto il circuito di cellule collegate che operano in Europa e all’estero, alcune delle quali sarebbero dietro gli attentati degli ultimi tempi, per fornire armi o addestrare i mujaheddin nei campi destinati a questo da parte dei terroristi. Il denaro, poi, sarebbe filtrato anche da una holding immobiliare che fa capo ai Fratelli musulmani e che ha base in Europa.

Il core business di questa struttura, dietro alla quale ci sarebbero esponenti delle più importanti famiglie musulmane europee e anche italiane, è quello delle costruzioni immobiliari. Parte dei proventi verrebbe inviato nei Paesi arabi sotto la voce aiuti umanitari. In realtà entrerebbe nelle casse dei terroristi. La raccolta della zakat, quindi, raramente finirebbe nelle tasche dei bisognosi e, sfuggendo alla tassazione del Paese ospitante, raggiungerebbe destinazioni inquietanti come i gruppi jihadisti sparsi per il pianeta.

Fonte: qui