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Ecco come è fallita Banca Etruria

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Sono un risparmiatore che investe i propri soldi in borsa o in varie banche, informandosi in rete e sui giornali. Rappresento un gruppo di investitori di venti persone che fino a domenica aveva 1,2 milioni di euro in Banca Etruria e che ora si ritrova in mano zero euro”. A parlare è Furio, alias di un assiduo frequentatore del forum finanza-online che per raccontare al Giornale.it la storia del crack della banca della famiglia Boschi ha chiesto di rimanere anonimo.

Il suo investimento è iniziato due anni fa ma col tempo è stato incrementato di ulteriori 100 milioni per l’aumento di capitale fatto per favorire l’aggregazione della Banca Etruria con una più grande. “Le banche papabili – racconta Furio – erano UbiBanca che già dieci fa tentò l’acquisizione di Etruria, la Popolare dell’Emilia e la Popolare di Vicenza ma solo con quest’ultima si fece un’operazione di duo diligence, ossia le due parti si accordarono per scoprire le proprie carte in modo da agevolare l’acquisizione”. La compravendita, però, come vedremo, non andrà in porto. Nel frattempo la Banca d’Italia fece varie ispezioni arrivando a multare Banca Etruria per 2,4 milioni perché i conti non tornavano. “Al fine di rafforzare la solidità patrimoniale della banca – spiega Furio – tre anni fa si è fatta un’operazione di convertendo trasformando le obbligazioni in azioni per un valore di 200 milioni di euro. Ma l’anno successivoBankitalia impone un aumento di altri 100 milioni di euro per consentire che le stanze della sposa siano più pulite in caso di matrimonio“, ossia per poter meglio convolare a nozze con un’altra banca.

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“Il presidente Rosi,– spiega ancora Furio – senza convocare l’assemblea dei soci, ha rifiutato l’Opa della Banca Popolare di Vicenza di un euro ad azione e da lì sono iniziate le speculazioni. 

Nell’agosto del 2014 Banca Etruria comunica a Bankitalia che sarebbe diventata una spa, operazione indispensabile per essere comprata da eventuali altre banche ma in realtà questo passaggio non è mai avvenuto. “Noi soci – continua Furio – non siamo mai stati convocati né quando è stata presentata l’Opa dalla Popolare di Vicenza né quando è stata presa in considerazione l’ipotesi di trasformarsi in spa e intanto il tempo passava e la situazione finanziaria si aggravava. Solo il proprietario di Carnival , tramite una banca israeliana, si fece avanti con un’altra offerta che prevedeva l’acquisto di Etruria con la contestuale vendita degli Npl (i crediti non più recuperabili ndr) a due fondi americani ma anche in questo caso non se ne fece più nulla”.

A febbraio 2015 arriva quindi il commissariamento ma nemmeno così si riesce a trovare nuovi acquirenti. “Probabilmente – dice Furio – non c’era la volontà politica di venderla e quando la situazione è precipitata è arrivato il decreto del governo che ha valorizzato gli npl all’83%, un valore che, se fosse applicato a tutte le banche implicherebbe che nessuna potrebbe salvarsi”. In pratica cos’è successo? “Hanno svalutato il patrimonio della banca per coprire i crediti e con un valore patrimoniale pari a zero anche i 217 milioni di azioni perdono di valore. Le nostre azioni, invece, sono racchiuse dentro la bad bank con i crediti che non ci frutteranno certamente dei soldi. Tutti noi azionisti, soci o non soci o detentori di obbligazioni subordinate, abbiamo perso tutto. Il governo dice di aver salvato i correntisti ma non dice che per coprire buona parte del buco hanno usato le nostre azioni”.

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