FACCI: “ERDOGAN È COME HITLER, E L’ISIS SONO LE SUE SS”

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Era il gennaio scorso quando Recep Erdogan citava «Hitler» come esempio di «un sistema presidenziale forte», lo stesso sistema che ora vorrebbe introdurre in Turchia usando la vaselina dell’emergenza golpe. Tra l’altro Erdogan non chiarì né corresse l’esempio infelice: poteva citare la Francia di François Hollande o gli Stati Uniti di Barack Obama, ma no, scelse Hitler. Chi punta al presidenzialismo dice sempre le stesse cose: che il sistema va snellito, che il potere politico non può avere due teste (presidente e un premier ai suoi ordini, nel caso) ed è anche vero che la Turchia si era già trasformata di fatto in una repubblica presidenziale: ma – aggiunge ora – va adattata anche la costituzione. Ergo, va relativizzato il Parlamento. Ergo, va reintrodotta la pena di morte – con urgenza, chissà perché – e vanno limitate anche quelle libertà già limitate in passato: di espressione, di stampa, di manifestazione, tutti banali status da occidentali. Accade mentre le purghe proseguono: circa 10mila arrestati (militari e poliziotti soprattutto) e divieti d’espatrio, prefetti sospesi o licenziati, iman epurati, quasi 2800 giudici mandati a casa (tra i quali due della Corte Costituzionale) e con loro circa 10mila dipendenti ministeriali, ora nel mirino sono finiti anche i rettori e gli insegnanti: non è chiaro a nessuno che cosa c’entrino col golpe, ma pare chiaro a tutti che le varie liste erano pronte da tempo e che sono composte soltanto da laici. Ma sono cose che in parte sapevamo già, così come sapevamo tutto il resto senza che a nessuno, in Occidente, fregasse mediamente niente.

Nessuna sorpresa – Erdogan non considera la donna pari all’uomo, esporta armi, chiude giornali, incarcera giornalisti e scrittori, censura internet, le minoranze sono discriminate, in sostanza sta re-islamizzando un Paese (ora con brusca accelerazione) che prima del suo arrivo era avviato verso una lenta ma continua modernizzazione. Voleva (vorrebbe) persino entrare nella Comunità europea. Forse ha corretto il tiro: trasformare la Turchia in forza egemone nella regione e nel mondo, pare evidente che l’obiettivo è questo. E pare evidente che a una dose di cinismo impressionante ora si è aggiunta una megalomania che ecco, quella sì, può avere paragoni storici poco edificanti. La strada di Erdogan al potere assolutista, anzitutto, è disseminata di purghe indiscriminate e inaffidabilità nelle relazioni. Il suo percorso parla per lui. Iniziò l’ascesa al potere come riformatore in opposizione alle élite e a favore dell’islam popolare, facendo appello ai valori austeri della piccola borghesia anatolica provinciale: cosa che contrasta lievemente con le decine di milioni di euro che la famiglia quadagna ogni anno (anche grazie al petrolio) e con le reggie che si è costruito: l’ultimo, il Palazzo Bianco, è costato circa 800 milioni di dollari e vanta mille stanze, 34mila metri quadrati di moquette, un orto botanico, un parco e un bunker anti-atomico. Accade in un Paese in cui il guadagno medio è di 3.50 euro al giorno. Sin dall’inizio, comunque, il giovane Erdogan mostrò simpatie per l’islamismo estremista: nel 1970 era già a capo della sezione giovanile del Partito della Salvezza Islamico (MSP, un partito teocratico simil-Isis) che dopo il colpo di stato militare del 1980 tuttavia fu sciolto e riapparve come Partito del Welfare. Erdogan ne divenne leader: si rivolse, già allora, al malcontento popolare verso le autorità militari, e lo stesso fece quando sviluppò un programma di assistenza sociale islamico-populista per i quartieri popolari di Istanbul, di cui divenne sindaco nel 1994.

Islam militante – Usò quella poltrona come piattaforma per predicare l’Islamismo militante, tanto che nel 1998 finì in galera (4 mesi) per sedizione contro lo stato laico: fu condannato e interdetto alla politica. Divenne un martire, ma di lì in poi modificò strategia e prese a travestire il suo fanatismo. Cambiò ancora nome al partito (divenne Partito della Giustizia e dello Sviluppo, AKP) e fece alleanze poi regolarmente tradite. Per dire: si alleò con il laico Partito del Popolo (CHP) e così superò il divieto a una sua candidatura in politica maturato dopo la condanna pecedente. Così fu eletto primo ministro nel 2003. E, subito dopo, tagliò i ponti con tutti. Prima ancora di essere rieletto (nel 2007 e nel 2011) si alleò con il leader islamista Fethullah Gülen, lo stesso che ora accusa di aver ordito il golpe dagli Stati Uniti: e una prima purga cominciò assieme a lui e si rivolse contro militari, giudici e giornalisti troppo laici: si lesse di 300 arresti ma sono numeri difficili da gestire, anche perché l’operazione (chiamata “Sledgehammer”) fu descritta da molti media occidetali come un tentativo di consolidare la democrazia. Di fatto consolidò solo il potere di Erdogan, che, di qui in poi, svilupperà una sensazionale ambiguità soprattutto a livello internazionale.

Fronti esteri – Riaccese la guerra contro i Curdi in Turchia e in Siria, attaccò la Russia offrendosi a rappresaglie, ricattò l’Unione europea per il controllo del flusso dei rifugiati, riprese a perseguitare gli armeni, si inimicò ampie fette di popolazione. Si ricordano le manifestazioni nel centro di Istanbul (2013: 22 morti, centinaia di feriti e arrestati) e fu lì che abbandonò definitivamente ogni finzione e si tolse ogni maschera democratica. I suoi familiari, implicati in scandali milionari per corruzione, non fecero più di tanto notizia. Da “neo-ottomano”, o “sultano” come fu chiamato, aumentò il suo sostegno ai terroristi islamisti in Siria e tra questi c’erano loro, gli embrioni dell’Isis. E spiegare tutte le interrelazioni tra Erdogan e l’Isis, ora, è molto complicato: ma l’alleanza strategica di Erdogan con quei terroristi militanti (sempre negata) è palesemente mirata a ridisegnare la mappa del Medio Oriente e, quindi, a servire le proprie ambizioni espansionistiche. Forse Erdogan non è Hitler, ma l’Isis, forse, costituisce le sue SS.

Ecco perché Erdogan ha fornito armi e materiali ai terroristi, ha formato migliaia di mercenari, ha fornito assistenza medica ai combattenti dell’Isis feriti. Si è spinto ad abbattere un jet militare russo sul territorio siriano, e non sappiamo ancora quanto gli costerà. Non c’è analista internazionale che non converga sul fatto che l’Isis sia stata usata da Erdogan per terrorizzare la sua opposizione interna, compreso l’attacco bomba a un raduno curdo il 20 luglio 2015 (33 morti) e quello ad Ankara il 10 ottobre successivo durante una marcia della comunità curda: 100 morti. Senza contare gli infiniti attacchi agli altri partiti di opposizione. E l’Occidente, beninteso, è sempre rimasto a guardare, anche perché il mercato turco faceva gola a molti e il miracolo economico della Turchia l’ha presentata per molto tempo come una felice coniugazione di solidità istituzionale e sviluppo. Ora la verità sui metodi di Erdogan sta venendo fuori, e non tutti sono disposti a liquidarli a costo zero come il sultano vorrebbe. Ora, dopo la trattativa con la Ue sui rifugiati, la Turchia ha avuto il fegato di chiedere la riapertura dei negoziati per l’adesione all’Unione Europea. Ma il problema non è questo. Il problema è che l’ha ottenuta.

Fonte: Qui

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