Francia, Le Monde: “Isis finanziato dal colosso del cemento Lafarge”

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La notizia è di qualche giorno fa e non ha trovato grande eco sui media italiani. Secondo quanto riportato dal quotidiano Le Monde, il gruppo Lafarge, tra il 2013 e il 2014, per ottenere l’accesso alla città di Jalabiya (nel nord della Siria), ha pagato tasse allo Stato Islamico. Così il colosso del cemento, recentemente fusosi con lo svizzero Holcim, ha continuato a lavorare nel paese mediorientale durante il conflitto.

I camionisti, inviati da Lafarge, hanno avuto uno speciale lascia passare per entrare nel territorio occupato dai jihadisti. Sul pass, riferisce il quotidiano francese, c’era scritto: “si pregano i fratelli combattenti di lasciar passare ai checkpoint questo veicolo che traporta il cemento di Lafarge, sulla base di un accordo concluso con quell’impianto”. I permessi erano autorizzati dal ministero delle finanze della regione di Aleppo.

Lafarge aveva inaugurato la sua presenza a Jalabiya nel 2010. E dal 2013, anno in cui la città è stata circondata dai miliziani jihadisti, avrebbe scelto di scendere a patti con l’Isis. In questo modo la produzione è stata prolungata fino al settembre del 2014, quando i soldati dell’autoproclamatosi Califfo dello Stato Islamico, Abu Bakr al Baghdadi, hanno occupato direttamente la fabbrica.

Il passaggio ai checkpoints ovviamente non era gratuito. Il gruppo francese doveva pagare una tassa di passaggio sia per i camion che trasportavano materiali, sia per i veicoli che portavano i lavoratori da Manbij a Jalabiya. Inoltre, si rimpiguavano le casse degli islamisti anche attraverso il rifornimento di materie prime nell’ambito del territorio da loro occupato.

Lafarge, in seguito al diffondersi della notizia, ha dirmato un comunicato stampa. Ivi, ha precisato che “la priorità assoluta è sempre stata quella di assicurare la sicurezza del personale”. Ed ha aggiunto che dopo la chiusura: “tutti i dipendenti sono stati evacuati, messi in ferie e non è stato più possibile accedere all’impianto”.

La spiegaione del gruppo francese appare semplicistica. Per un verso, è sicuramente vero che dopo il dilagare dell’Isis in Siria, Lafarge ha dovuto adattarsi ad una situazione difficile che contemplasse la sicurezza dei lavoratori. D’altro canto, però, rimane aperta una questione fondamentale: era necessario rimanere aperti fino al settembre del 2014, pagando intanto profumatamente i miliziani dell’Isis?

La risposta a questo quesito potrebbe essere molto semplice: Lafarge ha continuato a fare utili. Rispetto al periodo pre-guerra civile, la produzione aveva subito un progressivo decremento, ma il sacco da 50 kili era arrivato a 550 lire siriane (in precedenza erano 250/300).

A suffragare le accuse di Le Monde, ci sono anche alcune mail scambiate tra i responsabili della filiale di Jalabiya con degli intermediari, che garantivano le relazioni con il Califfato. La mail sono state pubblicate sul sito Zaman Al-Wasl.

Fonte: Polisblog