Il Sud con Salvini

Gentiloni prende tempo: Non ci sentiamo in guerra

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O ccorrerebbe un passo indietro, prima di poter giudicare le dichiarazioni del ministro degli Esteri, Paolo Gentiloni: ieri alla Direzione del Pd, la settimana scorsa alla Camera, dopo i fatti di Parigi, e prim’ancora.

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Una sconcertante sequela di banali e corretti (politicamente) inviti alla calma e a non farsi prendere dal panico.Fondati, tutti, sulla pietra miliare del Gentilonismo: «Non siamo in guerra, gli italiani non si sentono in guerra, guerra non lo considero un termine da usare». Da ieri pomeriggio, lievi varianti. Del genere: «Siamo sotto attacco e dobbiamo combattere, non va fatto del buonismo nei tempi di Daesh, non c’è alcuna riluttanza all’impegno militare del nostro Paese contro il terrorismo». Apparente cambio di strategia del quale la ministro della Difesa, Roberta Pinotti, s’è potuta dichiarare soddisfatta: «Mi riconosco perfettamente nelle parole di Gentiloni».Non era stato sempre così, nei mesi scorsi, quando i due ministri-cardine del governo sembravano perseguire «divergenze parallele». La Pinotti si lanciava in richieste di intervento militare, Gentiloni diramava immediato dietrofront, il premier Renzi trovava la mediazione (mediatica). Giochino talmente collaudato da far pensare che fosse studiato a tavolino dal giovane esperto di marketing al tempo del tweet e dal più attempato portaborse+voce dell’ex sindaco di Roma, Francesco Rutelli. Quando poi è sembrato evidente che alla Farnesina non fosse sbarcato proprio l’uomo giusto al posto giusto, Renzi ha continuato a difenderlo in virtù del pacato ventrilòquio di cui il ministro è capace. Ma ora, pur considerato il profilo basso del governo, il ministro va rasoterra. E invano, dal Nazareno, hanno provato a rifilargli la polpetta avvelenata di «miglior candidato a sindaco di Roma». Essendo partita proprio dalle rampe del Campidoglio la propria ascesa politica, l’attuale capo della Farnesina s’è ben guardato dall’abboccare. È da allora che le sue dichiarazioni hanno preso un taglio soavemente diverso e più deciso, ancora più salottiero e a modino. Anacoluti logici, del tipo: «Li combattiamo, ma non siamo in guerra; siamo in prima linea ma non siamo in guerra; difendiamo i nostri valori, ma non facciamo guerra all’Islam; reagiamo al massimo, ma nessuno è immune».Il ministro degli Esteri tiene soprattutto a un concetto, ripetuto anche ieri: «Sull’accoglienza ai rifugiati non arretriamo di un millimetro, il terrorismo non va sovrapposto ai rifugiati». Niente confusione, predica. Certo è che, sullo scacchiere internazionale, il titolare della Farnesina, già pacifista e marciatore, spesso non è affatto allineato con l’intransigenza di tutti gli altri (ha criticato persino Hollande, ex mollaccione, dopo i fatti di Parigi). Ieri altro scivolone: in vista del summit di gennaio tra i sei Paesi fondatori, il ministro propone di «cominciare a discutere di Europa a cerchi concentrici: non dico a due velocità altrimenti sembra che c’è qualcuno che corre e altri che vanno piano…». L’Europa, ha spiegato, attraversa la sua fase più difficile: «è un’icona fondativa della nostra Costituzione, ma oggi tra minaccia terroristica, questione rifugiati, brexit e dittatura dei regolamenti, rischia una miscela esplosiva». Cosa tenta di dirci, il signor ministro? Ci avviamo a una mini-Schengen, o a uno scenario del tutto nuovo? Magari tipo quello delineato dall’Economist, di un’Italia accompagnata gentilonamente fuori dall’Europa? Guai economici autoctoni più falla nel sistema di difesa dal terrorismo arabo. Questa sì, che potrebbe essere una miscela esplosiva. Se sa, Gentiloni parli come mangia.

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