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Giubileo: occhi puntati sulla spirale balcanica, militanti slavi e albanesi ritornati dalla Siria pronti all’attacco

Una tenaglia stretta attorno alla Penisola, con una ganascia aperta in Libia e l’altra in Kosovo e Bosnia. È questo l’inquietante scenario che le forze dell’antiterrorismo italiano devono affrontare a soli sei giorni dall’inizio del Giubileo fissato per martedì 8 dicembre. Paradossalmente, però, la ganascia più temibile, non sembra quella libica. Nonostante l’attivismo propagandistico e la produzione a ciclo continuo di video in cui le immagini d’esecuzioni e decapitazioni si mescolano a plateali minacce al nostro paese, al Vaticano e ai luoghi santi, la succursale dello Stato Islamico dell’ex colonia appare meno insidiosa di quella balcanica. Gli arresti, le espulsioni e le perquisizioni messe a segno negli scorsi giorni tra Brescia, Perugia e Vicenza, in coordinamento con le forze di polizia del Kosovo, dimostrano che le maglie della cosiddetta «spirale balcanica» s’allungano, già adesso, nel cuore delle nostre città.

E si avvalgono della complicità di molti immigrati di fede musulmana provenienti dalla ex Jugoslavia e dall’Albania. I primi segnali della minaccia risalgono alla fine del 2013 quando gli inquirenti italiani scoprono che la rete jihadista con basi in Bosnia e Kosovo non si limita a far adepti tra gli immigrati slavo-musulmani insediatisi nel nostro nord-est, ma li incoraggia a partire per andare a combattere con lo Stato Islamico. A quella rete, guidata dal predicatore dell’Isis Bilal Bosnic arrestato in Bosnia nel settembre 2014, fanno capo sia Ismar Mesinovic – l’imbianchino bosniaco che alla fine del 2013 lascia Ponte delle Alpi per la Siria portandosi dietro il figlioletto di due anni – sia Munifer Karamaleski , un 30enne musulmano macedone partito pure lui alla volta Califfato. Mentre Mesinovic muore in combattimento Karamaleski si dissolve nel nulla dopo essersi presi cura del figlio dell’amico caduto. Ma dietro le storie di Mesinovic, Karamaleski e forse anche di Meriem Rehaily, una 19enne marocchina scomparsa lo scorso luglio dalla sua casa di Arzergrande, in Veneto, per approdare in Siria, c’è la fitta rete di connessioni jihadiste sviluppatesi sin dagli anni 90 quando i volontari dell’islamismo armato combattono prima al fianco dei musulmani di Bosnia e poi di quelli del Kosovo.

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Oggi a 25 anni di distanza gli eredi di quei combattenti partono invece per raggiungere le prime linee dello Stato Islamico in Siria e Iraq. Secondo le stime al ribasso di Cia e servizi di sicurezza europei dai Balcani sono già partiti più di 700 volontari la maggior parte dei quali da Bosnia (350), Kosovo (150) e Albania (140) con l’aggiunta di poche decine di irriducibili originari di Montenegro, Macedonia e Serbia. Quel che fa più paura alle forze di sicurezza italiane alla vigilia del Giubileo è, però, il possibile rientro di questi volontari alle terre d’origine attraverso la rotta turco-greca apertasi alla fine della scorsa estate. A giugno, proprio durante la visita del Papa a Sarajevo, un gruppo di jihadisti balcanici attivi in Siria ed Iraq diffuse un video in cui annunciava il proposito di rientrare nei propri paesi per dare il via alla penetrazione dello Stato Islamico in Europa. Un proposito realizzato forse tra agosto e settembre mescolandosi, come hanno fatto anche alcuni dei terroristi entrati in azione a Parigi, al serpentone di profughi in marcia nei Balcani.

E, infatti tra Bosnia e Kosovo – secondo un’informativa dei servizi di sicurezza croati diffusa qualche settimana fa – sarebbe già in funzione una nuova «base segreta». Da quella base un veterano del Califfato manovrerebbe qualche dozzina di militanti pronti a colpire in Europa. Proprio quella «base segreta» rischia di diventare, grazie anche ai consistenti depositi di armi ed esplosivi presenti nei Balcani, il centro nevralgico per pianificare attentati nel nostro paese durante gli interminabili undici mesi e mezzo del Giubileo.

Fonte: Qui

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