Il Sud con Salvini

GL IMMIGRATI IN ITALIA? ECCO LO STUDIO CHE SPIEGA REALMENTE CHI SONO…

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Siamo, oramai, allo scatto evolutivo del flusso migratorio: il vero problema non è quanti giovani italiani se ne vanno, ma quanti giovani stranieri non arrivano. Secondo la Global Shapers Annual Survey, sostanziosa e serissima ricerca del del World Economic Forum, su una base di 25mila questionari raccolto in 186 paesi del mondo, gli ideali e i sogni dei “nativi digitali” hanno come prime dieci mete tutte le classiche culle di civiltà: Usa (18,2%), Canada (12,4%), Regno Unito (9,6%), giù giù fino a Spagna (3,6%), Svezia (2,4%), Paesi Bassi (2,35). Tutte le mete, tranne l’Italia. La ricerca è accuratissima e limitata, ma anche se fossimo all’undicesimo posto, l’interpretazione socio-economica del dato è disastrosa.

La stampa italiana ha ignorato il fenomeno – salvo Francesco Cancellato che, su Linkiesta, ne ha fatto un’ottima analisi, da economista- , ma conferma che davvero non siamo un Paese per giovani. La ricerca sostiene che l’81% dei ragazzi intervistati tra i 18 e 35 anni – otto su dieci – se ne andrebbe dal proprio Paese per cercare lavoro o fare carriera, ma eviterebbe come la peste l’Italia. I motivi sono, banalmente, i soliti. Corruzione innervata nel tessuto lavorativo; burocrazia che se la batte con quella eurofantiaca di Bruxelles (nemmeno il Belgio è in classifica, ma è una magra consolazione); pressione fiscale da Paesi scandinavi ma con un welfare da terzo mondo; tecnologia ed ecosostenibilità arretrate; la politica, col suo carico di raccomandazioni, che tutto invade a scapito del merito. Per non dire della disoccupazione giovanile al 37%, in salita. Da noi, il Paese dove la banda larga è in realtà strettissima, ora si sta discutendo su come tassare anche i robot che “ci rubano il lavoro”, mentre otto di quei giovani intervistati su dieci, ritengono alla Elon Musk che la buona tecnologia di posti di lavoro ne creerà senz’altro di nuovi. Cancellato cita la disaffezione totale dei nostri governi – tutti – sulla formazione: le scuole sono state in questi anni bastonate «con tagli di risorse pari a 14 punti percentuali che non hanno eguali tra gli altri capitoli di spesa». Ed è vero.

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Mentre da un lato 171 giovani italiani – dati Ocse- emigrano più che dal Messico o dall’Afghanistan, dall’altro noi non rientriamo più nei sogni dei giovani omologi stranieri. I quali, dell’Italia, disertano perfino il mare, il sole, la pizza, la gnocca: il turbine del turismo godereccio che percorreva le nostre coste dagli anni ’60. Ma il dato più preoccupante è che qui si tratta di giovani colti, dotati di notevoli titolo di studio e di ambizioni professionali. I cosiddetti “cervelli”, persone senz’altro di talento professionale e di passione superiore alla media.

Poi, di contro, aumenta il numero degl’immigrati in Italia di bassa cultura, non specializzati, di fragili speranze. Per dare un numero: solo nel 2016 sono stati i 25mila minori stranieri non accompagnati arrivati da noi (raddoppiati rispetto all’anno precedente): sono, costoro, futuri adulti che, arrivati ai 18 anni e finito l’aiuto dello Stato imposto dalla Ue, spesso finiranno su un strada. Esportiamo cervelli e importiamo “braccia”, dunque, come giustamente nota l’economista Michele Boldrin. Trattasi di un sistema sull’orlo del collasso che, per mantenere lo status di privilegio dei mediocri, tende ad espellere le eccellenze. Con l’avvento della crisi, qualche anno fa, per molti giovani di capacità si riaccesero le speranze: nella torta d’Italia fatta per tre quarti di raccomandati, si pensava che la fetta della professionalità si sarebbe allargata. Non avevano calcolato, i tapini, che la politica è nel dna del Paese, e alla fine si sarebbe invece rimpicciolita tutta la torta, specie la fetta dei bravi.

Ovvio che, data l’italica situazione, cali l’attrattiva, e che dello scoramento dei ragazzi italiani, con la globalizzazione, si sparga la voce verso i colleghi che così si guardano bene da consideraci la Shamballah del loro futuro lavorativo…

di Francesco Specchia – LIBERO

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