I veleni di Tempa Rossa nei depuratori della Calabria

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L’inchiesta “Tempa Rossa”, che ha portato alle dimissioni della ministra Guidi, in combutta con il giovane “principe consorte”, rinnegato a posteriori, si tinge di rosso, macchiandosi di sangue sacrificale

A quanto pare, le multinazionali dell’oro nero, si sarebbero arricchiti sulla pelle dei cittadini. L’inchiesta “Tempa Rossa”, che ha portato alle dimissioni della ministra Guidi, in combutta con il giovane “principe consorte”, rinnegato a posteriori, si tinge di rosso, macchiandosi di sangue sacrificale.

Non già quello dell’ultima pasqua di nostro Signore Gesù Cristo, ma il sangue altrettanto innocente di migliaia di deceduti calabro-lucani. Agnelli sacrificali dell’avidità del potere, che hanno lottato fino all’ultimo respiro per restare vivi accanto ai propri cari. Di loro, restano le lacrime dei congiunti e le agghiaccianti foto ricordo stampate sui chilometrici striscioni dei manifestanti durante i tanti sit-in e cortei di protesta e rabbia che, però, non trovano ancora risposte e soddisfazioni. Fra loro, anche i cittadini di Gioia Tauro. Da anni lottano per ottenere l’unica risposta accettabile alla loro unica domanda: di chi è la colpa? A loro basterebbe un nome. E sarebbe, infine, giustizia. Secondo la procura di Potenza i rifiuti speciali pericolosi, provenienti dagli scarti di lavorazione degli idrocarburi dell’impianto Eni di Viggiano, venivano smaltiti illecitamente in alcuni depuratori della Calabria.

I bottini, carichi di morte, avrebbero sversato tonnellate di veleno in impianti non autorizzati al trattamento di rifiuti speciali pericolosi. Il trucco era semplice: bastava cambiare codice al prodotto trasportato. Ad inchiodarli, secondo gli investigatori, alcune intercettazioni tra Vincenzo Lisandrelli, responsabile per conto di Eni dello smaltimento dei rifiuti liquidi prodotti nel Centro Oli di Viggiano e Antonio Curcio, legale rappresentante della Ecosistem, con sede in Calabria. Dalle carte della procura emerge come il problema fossero i cittadini di Gioia Tauro che, nel 2014, a causa degli insopportabili miasmi emanati dall’impianto protestavano difronte ai cancelli della IAM, una delle società di depurazione finita nel mirino degli inquirenti. Dalle intercettazioni emerge: “Lisandrelli: Senti ma…quindi IAM ha dei problemi mi dicevano? Curcio: IAM non è che…IAM non ha nessun tipo di problema, è la popolazione che ha il problema. Lisandrelli: Ma il motivo qual è, gli odori? Curcio: Gli odori sì. Cioè praticamente…il problema degli odori ormai esce su tutti gli impianti…delle vostre acque… Lisandrelli: Ma…una domanda ti faccio…dove si trova precisamente IAM? Curcio: A Gioia Tauro… Nella zona industriale, zona industriale. Allora, non hanno il paese vicinissimo, però gli odori gli arrivano comunque. Capito? Lisandrelli: Ma si erano mai verificate cose di questo genere? Curcio: No, no… A noi la popolazione ci sta bloccando. Ci sono venti macchine ferme per… che devono andare a scaricare a IAM, ferme sull’uscita dell’autostrada, ma non sono le mie eh? …il vostro prodotto l’ho scaricato, sono riuscito a scaricarlo. Ma ce l’ho fatta giusto in tempo, e oggi ho mandato tutti su Econet.” Ma Domenico Mallamaci, attuale amministratore delegato di IAM non ci sta. Secondo l’ad, proprio nei giorni a cui si riferiscono queste intercettazione l’impianto di Gioia Tauro era fermo e chiuso, a causa di un blackout elettrico. Nessuno avrebbe, dunque, potuto conferire alcunché. Peraltro, non avrebbe potuto farlo perché davanti ai cancelli c’erano i picchetti dei manifestanti, come, del resto, confermato nelle stesse intercettazioni. In Calabria, sempre secondo la procura di Potenza, tra il 2013 e il 2014, Eni avrebbe comunque smaltito illecitamente circa 30 mila tonnellate di rifiuti pericolosi, risparmiando così circa 37 milioni di euro. La paura più grande e che quei rifiuti, altamente tossici, siano finiti a mare. Prima risorsa economica per gli abitanti delle zone interessate.

Fonte: Il Giornale