“Il burqa è una caz…a, vado lì e glielo strappo”: Filippo Facci scatenato

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La prossima volta che vedo un bambino scoppiare a piangere alla vista di un burka (che non è una donna: è un burka che ne contiene una) vado lì e lo strappo. Poi finirò in tribunale, ma chissà, magari farò giurisprudenza. Del resto il burka è un esempio perfetto della cedevolezza culturale di cui blateriamo: da almeno 15 anni si propone di vietarlo (in Italia) ma un groviglio di veti incrociati ha sempre bloccato tutto.

Il Tar (2004) il Ministero dell’Interno (2006) hanno spiegato che un tizio non può passeggiare con un casco integrale e però una donna può farlo con un burka o un nikab: perché ha «giustificato motivo». Idem il Consiglio di Stato e la magistratura. Nel 2011 una legge Pdl-Lega fu bocciata dal Pd, idem per una legge leghista del 2013. L’avversario politico va avversato a prescindere: vuoi abolire il burka?

Allora io no, o magari sì, ma il problema è un altro. L’hanno vietato in vari paesi europei e persino in Turchia e Tunisia: ma noi ci teniamo questa macchina del tempo puntata sul Medioevo, questo simbolo appariscente di più nascoste segregazioni femminili: il simbolo di una separatezza culturale che è solo il travestimento di una separatezza delle regole e dei diritti. Promemoria: il burka è una cazzata inventata da un emiro all’inizio del ‘900: il Corano non ne parla, anzi, quando affronta l’argomento (verso 59 della sura XXXIII) dice che le donne devono essere riconoscibili. Promemoria due: il burka non esprime una devozione femminile, ma un potere maschile.

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