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Il fondamentalismo islamico e la persecuzione dei cristiani: bruciate 200 chiese al mese

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Se c’è una musica che può rappresentare la persecuzione dei cristiani nel mondo è quella della cantante gospel eritrea Helen Berhane, che per la sua fede evangelica nel 2004 è stata torturata e rinchiusa in un container di metallo per 30 lunghi mesi, dopo aver registrato uno dei suoi album.Era a Bruxelles ieri, Helen, alla conferenza sul tema «Persecuzione dei cristiani nel mondo», organizzata dal primo vicepresidente del Parlamento europeo, Antonio Tajani.

I dati sono agghiaccianti: oltre 150 milioni di credenti perseguitati, 200 chiese assaltate e distrutte ogni mese, più del 70 per cento dei cristiani fuggito dall’Iraq dal 2003; in Siria, dal 2011, 700mila cristiani costretti ad abbandonare le loro case dall’inizio della guerra civile. «Ogni giorno – spiega Tajani- e in ogni regione del pianeta, si registrano nuovi casi di persecuzione nei confronti dei cristiani. Nessun’altra comunità religiosa è oggetto di odio, violenza e aggressione sistematica quanto quella dei cristiani». Il fondamentalismo islamico è indubbiamente la prima causa di persecuzione e pesa molto «l’identificazione dei cristiani con l’Occidente», perché portatori di valori dal carattere universalistico che stanno alla base delle democrazie moderne. «Per i fondamentalisti islamici – dice il vicepresidente – i cristiani sono i nuovi crociati d’Europa. I loro valori sfidano regimi dittatoriali, come nel caso della Nord Corea, o sistemi politici autoritari».Eppure di fronte a questa diffusa persecuzione, che pochi giorni fa anche il Papa in viaggio in Africa ha ricordato commemorando i martiri ugandesi, si registra una scarsa percezione del fenomeno e l’assenza di reazioni proporzionate. «È necessario che l’Occidente rompa il silenzio – esorta Tajani-. Vivere in democrazie laiche non vuol dire escludere le religioni dalla società.
L’Europa deve farsi promotrice di un modello di società da contrapporre al radicalismo religioso e a progetti brutali e criminali, come quello di creare un califfato islamico in Iraq e Siria che estenda poi i suoi tentacoli fino alla Libia». Tajani ricorda a questo punto le radici giudaico-cristiane dell’identità comune europea. «Ci dobbiamo scuotere – concorda il presidente del Parlamento europeo, Martin Schulz- perché anche nel nostro continente i cristiani non sono sicuri. Ma l’oppressione ha luogo fuori dall’Europa, e quindi c’è poca consapevolezza». Schulz garantisce che per arginare il fenomeno «il Parlamento europeo, nei limiti del possibile, farà tutto il possibile». Perché «il dialogo sulla base del rispetto reciproco è la base della nostra collaborazione».L’intervento del presidente conclude il seminario, cui partecipano autorità civili e religiose, da Christopher Hill, presidente della Conferenza episcopale europea, a Vinko Puljic, arcivescovo di Sarajevo, da Paul Bhatti, fratello dell’unico ministro cristiano in Pakistan, ucciso in un attentato a Antony Gardner, ambasciatore Usa all’Ue.
Non è solo una questione di Europa o non Europa, cristiani o non cristiani, in gioco c’è di più. Dice Scultz: «I diritti fondamentali oggi sono più minacciati che in passato, e bisogna dirlo. Includono anche la scelta religiosa e la possibilità di professarla in totale libertà. Oggi il gruppo più oppresso è quello dei cristiani, e questo perché non si è agito come si doveva».
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