Il Sud con Salvini

Il generale: «Con l’Isis non c’è spazio per il dialogo, troppo indottrinati. L’unica scelta è sterminarli»…

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Roma – «L’allarme dell’Fbi su Duomo e San Pietro? Avvisi di routine delle ambasciate ai turisti americani, le vere minacce sono oggetto di avvisi che non vengono divulgati in questo modo.

Per fortuna». Il generale Carlo Jean, tra i massimi esperti di strategia militare e geopolitica, pesa le parole, da tecnico. E, da tecnico, non addolcisce la pillola: «La minaccia più preoccupante è il saccheggio degli arsenali di Gheddafi, a due passi dall’Italia: c’erano armi batteriologiche, che saranno ormai inutilizzabili, e aggressivi chimici invece molto pericolosi in mano a terroristi che, come si è visto con la bomba sull’aereo russo, hanno dimostrato una grande capacità tecnologica».

Generale, l’intelligence europea, in particolare francesi e belgi, è davvero sotto scacco come sembra?

«Impossibile coprire il cento per cento dei rischi e spesso si conoscono i fallimenti ma non i successi. È vero che a livello europeo il coordinamento è frenato dal timore di far scoprire le rispettive fonti sotto copertura: si collabora allo scambio di informazioni, attraverso organismi come Eurojust o il Club di Berna, ma solo su base volontaria».

L’Italia non è stata ancora colpita, merito dei nostri Servizi o dobbiamo credere a chi dice che l’Italia si salva perché è un porto franco per i traffici dei terroristi?

«Moro e Andreotti avevano ottimi rapporti con il mondo arabo, eppure questo non ci evitò l’attentato a Fiumicino. In parte saremo anche stati fortunati, ma i nostri Servizi sono preparati, dopo l’esperienza contro le Br. E anche sulla sorveglianza elettronica, visto che la mafia è stata la prima organizzazione criminale a usare internet».

E le norme sono adeguate?

«Non c’è uniformità nella legislazione europea anti terrorismo. Dopo Parigi la Francia ha deciso norme efficaci che ovviamente però incidono sulle libertà. Da noi c’è il problema di una magistratura che a volte applica le norme sui diritti civili in modo troppo legalistico. E finisce come a Trento dove hanno già scarcerato alcuni sospetti presi con un blitz internazionale».

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Riusciamo a colpire traffici di armi e finanziamenti?

«La stima più recente del fabbisogno dell’Isis è di 6-700 milioni l’anno. Colpire le loro risorse economiche è obiettivo primario della coalizione. Sono tre: il petrolio, già obiettivo dei bombardamenti, i finanziamenti da singoli individui appartenenti alle dinastie del Golfo, ma contano solo per il 5-6%, le tasse che impongono a 8 milioni di cittadini dei territori che controllano, e i riscatti, a cui l’Italia ha contribuito: quando paghi 11 milioni per due ostaggi devi tener presente che nel mondo ci sono 100 milioni di Kalashnikov e costano 500 dollari l’uno. Capisco le emozioni di opinione pubblica e governi, ma se un giapponese va in Siria senza permesso lo Stato paga e poi si rifà sui tuoi averi. Se colpiamo queste risorse, l’Isis è costretto ad aumentare le tasse e perde il consenso della popolazione».

Che pensa di chi insiste che non bisogna associare la parola terrorismo all’islam?

«I musulmani non sono tutti terroristi, ma il legame con la religione c’è. Ci sono versi del Corano che spingono alla violenza contro gli infedeli. E i sondaggi americani del Pew Research Center dicono che il 40 per cento dei musulmani giustifica in qualche modo gli attentati. Basta guardare anche a quel che è successo allo stadio in Turchia, che non è un Paese estremista. Non bisogna nemmeno fare l’equazione profughi-terroristi, ma non si possono escludere rischi».Anche da noi c’è chi dà la colpe all’Occidente, ai bombardamenti.«Balle. L’Occidente avrà anche commesso errori, ma rivangando allora arriviamo al 1683: i musulmani arrivarono fino sotto le porte di Vienna. Siamo in guerra da secoli».

Bisogna agire boots on the ground?

«Con l’Isis non c’è spazio per il dialogo, troppo indottrinati. L’unica scelta è sterminarli».

Fonte: qui

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