Immigrazione, terrorismo e petrodollari: la resa italiana

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«L’Isis, ora sotto pressione per l’avanzata di Assad sostenuto dall’aviazione russa, ha creato in Europa una rete in grado di sostenere una campagna prolungata di attentati: lo sostiene un rapporto dei servizi francesi pubblicato di recente dal “New York Times”. Le fabbriche della Jihad si sono insediate in Europa prima dell’ultima generazione jihadista utilizzando marchi diversi: il franchising di Al Qaeda è passato all’Isis. Cinquemila sarebbero i foreign fighters partiti in questi anni in Siria, un quarto proviene dai Balcani: non potremmo stupirci se ritroveremo qualche nome che abbiamo già visto in Bosnia, Kosovo o Macedonia negli anni ’90». La difficile situazione del Vecchio continente viene qui fotografata impietosamente dalle parole di uno dei maggiori esperti sul tema, Alberto Negri. Il sangue si raggela se pensiamo che gli attentatori di Bruxelles avevano messo gli occhi sulle centrali nucleari come potenziale obiettivo da colpire. Le “Molenbeek d’Europa” sono cresciute come serpi in seno nella sonnolenta civiltà demo-liberale, la stessa che troppo spesso ha scelto di appoggiare i “gruppi fondamentalisti sbagliati” negli scenari mediorientali e balcanici, come la Bosnia e il Kosovo riportate dallo stesso Negri.

L’Italia non si salva, pensiamo solo a quartieri dove l’autorità statale è praticamente inesistente e l’immigrazione incontrollata la fa da padrone (per inciso: il tasso di criminalità degli immigrati è circa sei volte quello degli italiani, come ricorda l’insospettabile Luca Ricolfi sul Sole24Ore). Luoghi dove «lo straniero siamo noi», come la Torpignattara festante per le recenti stragi immortalata da un coraggioso servizio del Tempo datato 26 marzo. Ma non finisce qui: anche sul piano economico la resa è stata totale. I paesi che risultano tra i protagonisti nella intricata rete di finanziamenti all’Isis, come Kuwait, Qatar, Arabia Saudita, hanno cominciato un proficuo shopping nella penisola. Pensiamo alla società Fsi Investimenti, in cui è entrato il fondo sovrano del Qatar, che controlla il 44, 5% di Ansaldo Energia, il 46,2 % di Metroweb Italia (operatore infrastrutturale per la fibra ottica) e il 49,9 % in Valvitalia (valvole per l’industria petrolifera), per citare solo i principali. La finanza dei petrodollari è arrivata fino agli appalti pubblici per la fornitura di carburante alle pubbliche amministrazioni (Kuwait), passando per il turismo e la moda. Uno shopping che si accompagna a quello delle piccole aziende (pensiamo ai negozi di frutta e verdura) sempre più “cannibalizzate” dagli immigrati, che spesso si avvalgono di normative favorevoli e poco si curano del rispetto dell’igiene e della legge.

Come siamo arrivati a questo? Sin dall’inizio degli anni ’90 la resa incondizionata del popolo e della classe dirigente al pensiero liberale ha portato al graduale smantellamento dei concetti di interesse nazionale e identità, insieme alla vera e propria dismissione del patrimonio pubblico italiano. L’Italia industriale, che aveva punte di vera eccellenza, è scomparsa sotto i colpi delle privatizzazioni e delle delocalizzazioni. Da allora è stato impossibile disegnare strategie di lungo termine o progetti partecipativi e innovativi come quelli di aziende come l’Olivetti e l’ENI. Il tutto si è saldato ad una produzione intellettuale sempre in prima fila nel promuovere retorica antinazionale, auto razzista e diritto umanista, schiava di ogni moda estera e nemica di termini “superati” come Stato o famiglia. La risposta al pensiero debole e al buonismo proveniente da sinistra troppo spesso è stata solo un’esaltazione della logica del profitto e del modello anglosassone, e ora le martellate al concetto di comunità non stanno dando altro che i loro frutti avvelenati.

Francesco Carlesi – Il Primato Nazionale