In Belgio non controllano neanche le bombe atomiche

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Un gruppo di pacifisti è entrato indisturbato in un sito vicino a Bruxelles dove sono stoccati 20 ordigni nucleari. Un invito a nozze per i terroristi

Roma – I sei ragazzi con lo zainetto scavalcano la rete metallica senza difficoltà, il filo spinato in alto basta scostarlo.

Una di loro passa sotto, strisciando nella neve. Poi avanzano, tra i cartelli minacciosi della base aerea di Kleine Brogel (a un’ora da Bruxelles) e la telecamera li riprende mentre salutano e attaccano una beffarda strisciata adesiva al bunker WS3, dove sono stoccate 20 bombe nucleari. Quando compare la camionetta con un militare in mimetica e mitra (sembra scarico), che tra l’annoiato e il divertito invita i ragazzi ad uscire, sono passati circa 60 minuti dall’inizio dell’incursione degli attivisti antinucleare.

Ad occuparsi dell’incredibile video, datato aprile 2010, è l’autorevole rivista statunitense Foreign Policy, dedicata alle relazioni internazionali. Nel servizio firmato da Jeffrey Lewis, uno dei più importanti esperti di armi atomiche al mondo, scopriamo che quelle non sono bombe «sporche», difficili da maneggiare per eventuali terroristi perché irradiate, ma altre già pronte e meno pericolose per estranei che gli Stati Uniti hanno affidato ai paesi europei, ai tempi della Guerra fredda. Relitti, in tutto 180 nei vari stati, che potrebbero far gola agli estremisti del Jihad, soprattutto perché è evidente quanto siano ridicole le misure di sicurezza. Standard «terribili», li definisce Lewis.

Infatti, qualche mese dopo la prima violazione gli stessi manifestanti hanno ripetuto l’impresa. Gli agenti della sicurezza del sito stavolta neppure si sono fatti vedere, un cane da guardia tantomeno (visto che il costo per l’addestratore era stato ritenuto eccessivo) e la base in seguito ha fatto sapere che «le armi non erano nel silo dove gli attivisti si erano infiltrati, ma nell’altro». Come se cambiasse il succo. Niente fermi, arresti o allarmi, come per altre incursioni in diverse basi europee.

Oggi si tiene a Washington il Nuclear Security Summit, vertice sul nucleare in cui il presidente americano Barack Obama ha convocato 50 leader internazionali, compreso il nostro premier Matteo Renzi, con una sessione speciale dedicata proprio alla sicurezza dei siti dove sono stoccate le bombe.

Dopo l’attentato di Bruxelles e la scoperta che i terroristi studiavano una delle centrali del Belgio si è molto discusso del rischio che i fanatici dell’Islam avessero come potenziali obiettivi i siti nucleari di Doel, nelle Fiandre e di Tihange, a Liegi.

Ma per Lewis è poco realistico pensare che i terroristi possano fabbricare una bomba «sporca», con una carica esplosiva e materiale radioattivo, come scorie o rifiuti ad alta intensità, preso nelle centrali. Per farlo non bastano attrezzature facilmente reperibili in commercio. Se invece possono avvicinarsi a veri e propri ordigni nucleari, come quelli della base militare di Kleine Brogel, si può addirittura temere un’ecatombe. Rischio concreto, secondo l’esperto americano, per il fatto che da decenni la strategia americana è quella di tenere in Europa alcune delle sue testate nucleari, appunto le 180 armi atomiche B61.

«Ma qui – afferma Lewis – la scelta è semplice: o si garantisce sicurezza, o meglio togliere quelle armi. Il rischio è quello di un’apocalisse terroristica».

Su Foreign Policy lo studioso spiega che la sicurezza nei siti nucleari è aumentata negli ultimi anni, ma il costo è elevatissimo e i rischi non sono stati abbattuti del tutto. A questo punto è lecito chiedersi, per Lewis, se ancora ha senso per gli Usa e per il mondo, che quelle armi rimangano in Europa. Durante la Guerra fredda prevaleva la logica della solidarietà di fronte al comune pericolo comunista dell’Urss, oggi ben più concreta è la minaccia internazionale del terrorismo.

Fonte: Il Giornale