“Io, legionario cristiano contro il Califfato”

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C’è un indole antica sopita negli uomini è l’istinto al combattimento, alla reazione, alla difesa. Una tradizione che ricorre spesso nella storia europea. Oggi che la pace e il benessere, propri dell’occidente, sono erosi dalla crisi, umana prima ancora che economica, e scricchiolano sotto i colpi del terrorismo internazionale che ha messo la nostra società difronte alla sua inadeguatezza, non deve stupire, se dalla massa, discretamente, si distacchino piccole “cellule impazzite” che decidano, come nel nostro caso, di non arrendersi, alla fatalità “politically correct” e un po vittimista ma  si lancino, a loro rischio, in una avventura che molti non esiterebbero a definire folle.

Per cui, oggi, che viviamo in un epoca in cui persino i tagliagole dell’Isis “twittano” e “chattano” sui social,  può capitare di leggere un messaggio del genere: ”Sono un ex Legionario, non potevo restare inattivo in seguito agli attentati di Parigi e in particolare di Charlie Hebdo. Motivato dalla paura d’essere invaso dal terrorismo e dalla immigrazione di massa in Europa, ho deciso di partire da raggiungere l’esercito curdo e i peshmerga in Iraq, per portare le mie capacità militari e tentare di fermare questi assassini”. A scrivere e Gregory R. un ex della gloriosa legione straniera francese d’origine polacca, che ha deciso, come si legge, di mettere la sua esperienza a disposizione di chi lotta contro l’Isis.

Ma perché?

Se mi chiedete il perché io abbia deciso di mettere a disposizione la mia esperienza militare vi dirò che questa scelta è maturata ben prima dell’attentato al giornale satirico Charlie Hebdo, al tempo leggevo molte informazioni su internet o le vedevo alla tv che mostravano le atrocità inflitte da Daesh (Isis) sulla popolazione siriana e irachena, ho visto che al tempo un solo popolo, oltre a quello siriano, lottava veramente contro l’Isis ed erano i Kurdi di Kobanee, siccome, a mio avviso, nessun paese era veramente impegnato a supporto di questa lotta ho deciso di raggiungere i curdi per lottare conto il male alla fonte.

Certo c’è da dire che spesso in passato chi faceva il mestiere delle armi come lei era frettolosamente etichettato come mercenario.

È vero si parla spesso di mercenari, sopratutto per gente con il mio “curriculum”, ma io non mi ritengo assolutamente un mercenario, non ricevo alcuno stipendio qua e nessuna ricompensa sotto qualunque forma. Io sono un volontario e definire tutto questo e totalmente differente, da quando sono arrivato qui in Kurdistan sette mesi fa ho finanziato io il mio armamento i miei vestiti e tutto l’equipaggiamento, e vi dirò che questo mi è costato enormi sacrifici, finanziari e non, sopratutto perché non ho alcun supporto logistico.

Ma perché proprio l’Iraq, è stata una scelta mirata?

In realtà non esattamente, il motivo per cui ho scelto l’Iraq è che all’inizio del 2014 ho provato a raggiungere lo YPG – L’Unità di Protezione Popolare della regione a maggioranza curda nel nord della Siria-, avevo un buon contatto ma non avevo i soldi necessari per intraprendere il viaggio così è passato troppo tempo e ho perso l’occasione, io non mi sono perso d’animo e grazie ai social e una rete di amici ho raggiunto un gruppo che si preparava per partire in Iraq per combattere affianco alla milizia cristiana Dwekh Nawsha – un gruppo combattente d’autodifesa formato da membri del popolo assiro,”i pronti al sacrificio” secondo la traduzione del nome dall’aramaico. Il gruppo alla fondazione contava una quarantina di combattenti, attivi in coordinazione con le forze curde nella difesa dei villaggi cristiani della provincia di Ninive dalle incursioni dell’Isis- ho sfruttato questa buona occasione nel settembre del 2015 sono arrivato in Iraq con loro. Pensavo di andare subito sul fronte ma purtroppo dopo due settimane non era ancora successo nulla e l’inattività cominciava ad essere frustrante, così, ho deciso, assieme a due miei commilitoni, di raggiungere i peshmerga curdi e una volta entrati in contatto e dopo essere stati “arruolati”, siamo subito stati impiegati in prima linea, per fortuna. Questo è il perché sono arrivato in Iraq. Perché qua si combatte.

Ora che sei sul fronte “faccia a faccia” con l’Isis come hai vissuto la notizia degli attacchi a Parigi e Bruxelles?

Dopo gli attacchi a Bruxelles e Parigi è aumentata la mia motivazione a combattere. Ho sentito il dolore delle famiglie e degli amici delle vittime e per me tutto questo non sarebbe mai dovuto succedere. Noi europei dobbiamo essere capaci di vivere a casa nostra in pace. è chiaro che per farlo l’Europa dovrebbe cambiare politica ma non voglio mettermi il governo contro facendo esternazioni troppo politiche, visto che già quello che faccio qui è al limite della legalità.

Un timore condivisibile vista anche la caccia ai cosiddetti foreign fighters a cui non vuole essere minimamente accostato, ma come passi un giornata su quello che potremmo definire il fronte caldo della guerra al terrorismo?

Spesso si immagina la guerra come una cosa che si sviluppa al mattino e si conclude la sera, come e fosse un lavoro d’ufficio, in realtà la storia è un po più complicata. Da qualche mese nel kurdistan iracheno c’è una frontiera delimitata dalla linea del fuoco tra curdi e Isis ci sono molti posti di combattimento distanti appena due o trecento metri, facciamo la guardia 24 ore su 24 facendo di fatto una un guerra di posizione.

Ma quindi non si combatte più?

Tutt’altro, siamo sulla difensiva è vero e finché non interverranno accordi trai il governo dell’Iraq e il kurdistan i peshmerga non prenderanno l’iniziativa. Non senza un accordo almeno generale. Ma una giornata quindi può essere molto tranquilla o molto movimentata, ci sono parecchi colpi di mortaio che cadono vicino alle nostre trincee, il pericolo più grande poi, è che può capitare di essere assaltati con i gas che ora l’Isis ha ottenuto da chissà dove. In generale la normalità è di doversi scambiare colpi di mitragliatrice per testare la resistenza del nemico ma quaggiù abbiamo anche subito molti attacchi suicidi.

A proposito di jihad e kamikaze, l’Isis parla di guerra santa, in Europa si parla di nuove crociate, per te questa è una guerra di religione?

No, non credo che questa sia un guerra di religione o fra religioni come alcuni in europa la vorrebbero far passare, per esempio in questo contesto io lotto contro l’Isis al fianco dei peshmerga kurdi. lo faccio da cristiano cattolico tra mussulmani che rispettano la mia religione, nessuno prova a impormi o vietarmi qualcosa. Una volta ho visto un video di miliziani di Daesh (Isis) che decapitano un peshmerga e anche loro concordano che questi terroristi sono il diavolo incarnato. l’Isis è una organizzazione terroristica che vuole imporre qualcosa che è esistito 700 anni fa, e questo lo rifiuta sia un cristiano sia un mussulmano. In più personalmente io credo che un vero credente non mette in mostra la sua fede ma la vive spiritualmente in modo personale, dentro di sé.

Vero, è un discorso che mi sono sentito fare anche in Siria recentemente ma non mi stupisce che persone coinvolte in qualche modo nella stessa battaglia abbiano sviluppato una comune sensibilità sulla questione. Ma da “casa” qualcuno sa quello che fai? Approvano?

Grazie ai social ho il piacere di vedere il sostegno e l’incoraggiamento dei miei amici e della popolazione e anzi ne approfitto per ringraziarli. Penso che il mio impegno è visto bene da loro e da molti altri che hanno compreso questa lotta e questo sacrificio. Magari non da tutti ma ognuno, si sa ha le sue opinioni.

Sì, in Europa ognuno ha la sua. Bonne chance.

“Io, legionario cristiano contro il Califfato”