Io, stuprata e venduta dai mostri dell’Isis perché sono una yazidi

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Il racconto agghiacciante di Nadia, rapita dai tagliagole a Mosul quando aveva 19 anni. “È un genocidio, deve finire”

Una voce-bambina, ma calma, priva di sfumature o cantilene che possano tradire emozioni, tutte ben celate dietro gli occhi nero inchiostro che per tre mesi interminabili hanno visto e vissuto l’inferno.

La serietà e la compostezza raccontano al pubblico dell’Aula Magna dell’università Bicocca di una piccola donna, nell’agosto del 2014 e all’età di 19 anni, rapita e portata a Mosul insieme ad altre 6mila persone dai miliziani del Califfato. Costretta a crescere all’improvviso e con estrema violenza, strappata alla vita quotidiana di studentessa di un villaggio protesa verso un futuro da medico o da stilista, da eventi così sconvolgenti e repentini che persino se uscissero da una bocca abitualmente sguaiata susciterebbero terrore, sdegno, raccapriccio. La storia di Nadia Murad Basea Taha, ora 21enne, appartenente alla minoranza religiosa degli yazidi iracheni (considerati «infedeli» dall’Isis, ndr) è invece lei stessa a volerla raccontare e non tralascia quasi nulla dei dettagli più terrificanti. Nella incredibile ferocia di questa vicenda, infatti, sta il suo destino: quello di essere ripetuta davanti a platee sempre più ampie di giovani menti, ma soprattutto di personaggi di caratura internazionale, di politici influenti di ogni genere. «Che devono poter fermare la strage perpetrata dall’Isis e impedire a chi lo finanzia di continuare a farlo».

Nei mesi scorsi Nadia ha girato 15 paesi europei e arabi, ha parlato anche all’Onu e oggi sarà a Roma, alla Camera e in Senato: prima di agire in qualsiasi direzione bisogna che, per le leggi internazionali, lo sterminio degli yazidi – una piccola comunità che contava 500mila anime – venga dichiarato genocidio dalle leggi internazionali. E lei lo sa benissimo. «Parlo in nome di una minoranza – precisa Nadia -, ma non è giusto che il resto del mondo non prenda posizione».

«Sono riuscita a fuggire dopo due tentativi andati a vuoto – racconta la ragazza invitata ieri dal Dipartimento di Sociologia e ricerca sociale dell’ateneo e dall’associazione Yazda nell’ambito del Festival dei diritti Umani in programma dal 3 all’8 maggio -. Mia cugina e una sua amica, invece, come centinaia di altre donne, sono state uccise mentre tentavano di raggiungere il confine e i campi profughi; i miei sei fratelli sono stati ammazzati davanti a me insieme ad altri 3mila uomini e mia madre, con 80 donne, ha seguito il loro destino perché, avendo più di 45 anni, non poteva più essere venduta, stuprata o andare in moglie all’aguzzino che l’avesse scelta. I cadaveri dei miei familiari sono finiti nelle fosse comuni, nei territori evacuati ne hanno trovate più di 35. Io sono stata portata insieme ad altre 150 donne giovani e giovanissime a Mosul, stuprata, venduta come un animale a chi pagava di più, passata da un uomo all’altro come merce senza valore che viene regalata, torturata in molti modi. Più di mille bambini, invece, sono stati indottrinati, sottoposti al lavaggio del cervello per entrare poco a poco a far parte dell’esercito dello stato islamico…Chi non si adeguava sapeva che ad attenderlo c’era la morte sicura. E chi, tra le donne rimaste in vita e i bambini, non ce la faceva più e non vedeva vie d’uscita, si è suicidato, anche se era riuscito a raggiungere un campo profughi».

Ogni parola come un macigno, ogni frase tradotta dall’interprete (Nadia parla solo arabo, ndr) un sobbalzo di sgomento interiore della platea ammutolitasi per l’orrore. Damaride Mastrandrea, 22 anni, studentessa originaria di Bari al quarto anno di giurisprudenza, guarda la giovane profuga e commenta: «Nadia ha solo un anno meno di me, come ha potuto sopportare tutto questo?».

«Lo sterminio deve finire – conclude Nadia -. Da sei mesi vivo in Germania, quando sono scappata la terza volta da Mosul e ce l’ho fatta mi ha accolto una famiglia musulmana e un uomo ha falsificato la mia identità facendomi passare per sua moglie. Tuttavia 3500 donne sono ancora prigioniere, tante sono bambine e noi da soli non possiamo fare nulla. Voglio vedere i miei compatrioti in Europa, a seguire i loro sogni, a studiare. Noi ragazze desideriamo poter seguire la nostra strada come fanno le ragazze occidentali e non riesco a capire cosa spinga quei giovani che si uniscono al Califfato: sono destinati solo a immani delusioni e alla morte quasi certa una volta raggiunto lo stato islamico. Attualmente gli yazidi non hanno futuro, neanche l’Iraq ci ascolta. Chi vuole chiudere le frontiere sappia che stiamo fuggendo da tragedie come quella di Parigi e di Bruxelles. Solo che da noi accadono ogni giorno».

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