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ISIS – Quando basta un click per arruolarsi

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Non solo kalashnikov, bazooka e bombe. Un’arma potente dei terroristi, spesso sottovalutata, è internet.

È proprio sul web che i tagliagole diffondono la loro ideologia e basta un click per arruolarsi all’ISIS (Daesh).

Internet è un’arma segreta dei terroristi, ahimè alla portata di tutti però. Attraverso la rete, soprattutto i social network come facebook, è facilissimo entrare in contatto con jihadisti pronti ad aiutare i nuovi volontari a raggiungere il fronte in Siria. Ovviamente bisognerebbe chiedersi perché dei ragazzi di diverse nazionalità vorrebbero mollare tutto e arruolarsi tra le fila dei tagliagole. Da quello che emerge dal libro inchiesta “Isis segreto” l’iter per entrare nel mondo del terrorismo è facile e rapido.

Come funziona? Sputnik Italia ne ha parlato con Matteo Carnieletto, redattore di Giornale.it, co-autore assieme a Andrea Indini del libro “Isis segreto”.

Secondo l’inchiesta che avete effettuato, quanto è facile arruolarsi all’Isis (Daesh)?

È molto facile, noi ci abbiamo messo all’incirca 12 ore per trovare i contatti giusti per volare prima in Turchia e poi in Siria, per raggiungere successivamente le bandiere nere del Califfo. Abbiamo creato un profilo facebook fake, ovviamente abbiamo iniziato a parlare della rivoluzione civile siriana, perché tutto parte da lì. I vari gruppi qaedisti si concentrano nel 2011 sostanzialmente, quando scoppia la rivoluzione civile e l’ISIS (Daesh) può permettersi di espandersi proprio in questi anni, perché sfrutta il vuoto di potere politico lasciato da Assad. Abbiamo iniziato a parlare con dei ragazzi siriani, in particolare uno mi ha molto colpito, perché lui mi ha detto di non andare lì dove c’è la guerra, cosa che noi occidentali non siamo abituati a vedere. Mentre un altro ragazzo, che aveva come nick name “servo ribelle al-Mujahed”, si è detto disponibile ad aiutarmi a raggiungere la Siria.

Quale sarebbe l’iter per raggiungere i terroristi in Siria?

Sono passate pochissime ore da quando ho conosciuto il “servo ribelle al-Mujahed” ed era fatta. Chiunque abbia un po’ di dimestichezza coi social riesce a prendere un volo e raggiungere l’aeroporto di Hatay in Turchia, che nell’anno della rivoluzione siriana ha avuto il +11,6% di passeggeri stranieri. Evidentemente questi non erano tutti studenti in Erasmus, ma tra di loro ci potevano essere anche i cosiddetti foreign fighters. Un altro scalo per raggiungere i terroristi è Gaziantep, come mi ha suggerito invece una ragazza indonesiana. Tutti e due questi scali, uno si trova dalla parte occidentale della Turchia e l’altro dalla parte orientale, sono molto vicini al confine siriano e fanno da trampolino per i foreign fighters. Molto spesso i terroristi dell’ISIS (Daesh) si trovano all’interno dei confini turchi e da qui, come mi raccontava “il servo ribelle al-Mujahed”, riescono come lui a fare la spola senza che nessuno dica nulla.

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Il web è un’arma potentissima dei terroristi, che sono ovunque grazie ad internet. Secondo te quest’aspetto è un po’ sottovalutato?

Sì, è molto sottovalutato. Ti faccio un esempio che è partito con il libro. Ora stanno indagando su un ragazzo trentunenne italiano Luca Aleotti, che sarebbe legato ad al-Nusra. Le indagini son partite grazie al nostro libro. Questo ragazzo ha messo sul suo profilo la bandiera nera di al-Nusra, vuole la Sharia in Italia, ha pubblicato i canti di al-Nusra. A volte i giornalisti arrivano a scoprire queste cose prima delle forze dell’ordine. Spero di essere smentito, ma noi sottolineiamo la capacità dei terroristi di reclutare nuove leve tramite i social.

Copertina del libro Isis segreto
Copertina del libro “Isis segreto”

Secondo te bloccare gli account sospetti, i profili dei jihadisti o le persone che avete contattato voi è possibile o è una lotta persa in partenza?

Anche il nostro profilo è stato bloccato un po’ di volte, noi comunque siamo sempre riusciti a ricrearlo e a ripartire da capo. Quindi si può bloccare mille volte, ma non si risolve il problema. Bisognerebbe proprio colpire la radice del problema. Una volta identificate queste persone, va verificato se siano davvero colluse con varie cellule terroristiche, non solo l’ISIS (Daesh) quindi. Se sono dei terroristi bisogna intervenire: espatriare nel caso si tratti di cittadini stranieri oppure agire per vie legali, anche con il carcere, nel caso di cittadini italiani.

Perché secondo te gli europei, ragazzi e ragazze decidono di partire e arruolarsi al Daesh sapendo del rischio di morire? Da che cosa sono spinti?

Da una parte c’è una spinta ideologica molto forte, ma c’è anche una nostra debolezza, un’assenza totale di valori occidentali per i quali combattere o morire. La nostra società al massimo ti offre l’ultimo  i Phone o l’ultimo i Pad, così però alla lunga ti stanchi, perché sono cose materiali. Serve qualcosa di molto più forte rispetto al benessere economico, serve un benessere spirituale e intellettuale. L’idea di appartenere a una tradizione piace, questo purtroppo manca e perciò i terroristi dell’ISIS (Daesh) riescono a reclutare così facilmente. Loro offrono ideologia, per quanto perversa e malvagia, ma molto più forte della nostra.

Queste persone attratte dal Daesh e i terroristi cercano qualcosa per cui morire quindi?

Esatto, se ci pensi, è una cosa che c’è sempre stata nella storia e nella cultura dell’uomo. I foreign fighters non nascono con la Siria, ma sono esistiti anche prima. Se pensiamo ad esempio alla guerra civile spagnola alla fine degli anni ’30, anche lì c’erano ragazzi ad esempio italiani, che andavano a combattere con i soldati di Franco oppure con i repubblicani. Questa spinta c’è sempre stata. Ad attrarre con la propria ideologia oggi è lo Stato Islamico, così molti ragazzi vanno al fronte a combattere.

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