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Islamizzazione del Paese, censura, repressione delle minoranze e delle opposizioni; sei pronto a far entrare la Turchia di Erdogan in Europa?

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Per il leader russo Vladimir Putin, con la leadership turca attuale, non c’è alcuna prospettiva di cooperazione. Erdogan infatti, secondo quanto ha dichiarato Putin lo scorso 17 dicembre alla tradizionale conferenza stampa di fine anno, sarebbe responsabile della progressiva “islamizzazione del Paese”. “Se Ataturk potesse vedere cosa accade nel suo Paese, si rivolterebbe nella tomba”, ha detto il presidente russo. Eppure per l’Europa il “sultano” di Ankara continua ad essere un interlocutore privilegiato. È di pochi giorni fa infatti, la spinta per l’accelerazione del fondo di 3 miliardi di euro destinato alle casse di Ankara, ed in particolare al fondo per l’accoglienza dei rifugiati. All’ultimo vertice dei 28 a Bruxelles, infatti, è stato chiesto di attuare e rendere operativo al più presto l’accordo Ue-Turchia del 29 novembre scorso e il piano di azione Ue-Turchia.

Le accuse della Russia sul coinvolgimento della famiglia Erdogan nel traffico illegale di petrolio con lo Stato Islamico, la sospensione delle libertà di stampa nel Paese, le prove del trattamento poco ortodosso riservato dalla Turchia ai migranti le cui prove sono state recentemente pubblicate in un rapporto da Amnesty International, la questione curda, quella del sostegno turco ai gruppi ribelli legati ad Al Qaeda, e neanche l’abbattimento del su-24 russo impegnato nel nord della Siria nell’ambito delle operazioni contro lo Stato Islamico, non sono bastate a far cambiare idea a Bruxelles, che si prepara ad inviare una cospicua somma ad Ankara per la gestione dei circa 2,2 milioni di profughi siriani presenti sul territorio turco. Una decisione che appare motivata dalla contingenza, ma che ha fatto ugualmente discutere. Quale futuro dunque, dobbiamo aspettarci nelle relazioni tra Ankara e Bruxelles?

La Turchia di Erdogan, tra “democrazia islamica” e censura

Dopo aver perso per la prima volta dopo più di un decennio nelle elezioni del giugno scorso la maggioranza assoluta in parlamento, l’Akp, il partito del presidente turco Recep Tayyip Erdogan, lo scorso novembre è risorto dalle ceneri. Nella seconda chiamata alle urne in un anno, dopo una serie di infruttuosi tentativi da parte del primo ministro Ahmet Davoutoglu di formare un nuovo governo, Erdogan, nonostante la volontà di cambiamento espressa nelle proteste di Gezy Park, la “tangentopoli del Bosforo” nel 2013 e la contestata strategia politica relativamente al conflitto siriano, ha riconquistato la maggioranza dei seggi in parlamento. Il costo di questa vittoria è stato però elevato. Il successo elettorale è arrivato infatti sotto la spinta di una retorica nazionalista e autoritaria, condita dalla marginalizzazione degli avversari politici e istituzionali e da una involuzione democratica, riscontrabile con estrema chiarezza nelle forti limitazioni alla libertà di stampa e di espressione.

È tristemente esemplificativo in questo senso il caso del direttore del quotidiano turco di opposizione Cumhuriyet, Can Dunar, attualmente in carcere assieme ad altri colleghi per la pubblicazione delle immagini che documentavano il passaggio di armi destinate ai ribelli siriani al confine turco. Senza contare gli arresti, avvenuti nelle settimane appena precedenti alle elezioni di novembre, per chi “insultava” il presidente Erdogan, su quotidiani e social network. Secondo il Comitato per la protezione dei giornalisti (CPJ), la Turchia è, forse anche per questo, il quinto peggior Paese al mondo dopo Cina, Egitto, Iran ed Eritrea, per la libertà di stampa. La vittoria dello scorso novembre si poggia inoltre su di un inasprimento delle tradizionali linee etno-confessionali che compongono la società turca. Se si tratti di una islamizzazione della società come denunciato da Putin, o della costruzione della famosa “democrazia islamica”, come amano definirla molti turcologi, si può discutere. Fatto sta che la recrudescenza del conflitto con i curdi sembra inserirsi pienamente in questa tendenza.

La nuova guerra ai curdi

Il rinnovato attivismo del PKK può essere considerato per Ankara, come una delle conseguenze negative, ed impreviste, del conflitto siriano. Questo ha portato la Turchia ad intervenire, anche con l’appoggio del leader curdo iracheno Barzani, contro i curdi del PKK in Siria ed in Iraq, nell’estate del 2015. E con la dura operazione militare condotta negli scorsi giorni nel sud-est del Paese. Negli ultimi mesi, secondo le fonti turche sarebbero stati uccisi 1600 militanti del Partito dei Lavoratori del Kurdistan. L’offensiva di Erdogan contro gli indipendentisti curdi, inoltre è destinata, come ha affermato lo stesso presidente, a continuare “con determinazione” e “fino a che non sarà risolto il problema”.

Come testimoniano i violenti scontri tra esercito e PKK avvenuti negli scorsi giorni nelle città di Cizre e Silopi, sotto coprifuoco, che hanno portato all’uccisione di più di 110 militanti curdi del PKK. I deputati del Partito popolare repubblicano, Chp e i curdi dell’Hdp, il Partito democratico dei popoli, hanno protestato contro l’operazione, e alcuni manifestanti che hanno protestato domenica in piazza Taksim, ad Istanbul, contro le operazioni nel sud-est, sono stati duramente caricati dalla polizia. Il rinvigorirsi dell’attivismo curdo non è però il solo problema che Ankara deve fronteggiare come conseguenza della strategia politica di Erdogan riguardo il conflitto siriano, che, peraltro risulta oggi essere invisa ad oltre il 56% dei Turchi.

Gli errori del sultano in Siria

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Tra le ulteriori conseguenze negative c’è infatti anche quella dei milioni di profughi siriani riversatisi sul territorio turco. Il sostegno ai diversi gruppi di ribelli e l’accondiscendenza verso il transito dei combattenti jihadisti sul proprio territorio, iniziato fin dai primi giorni della rivolta contro il governo siriano e mai cessato, non ha prodotto lo sperato crollo del regime ba’tista, che gli strateghi turchi avevano previsto in pochi mesi. Ed ora Erdogan sta facendo di tutto per consentire ai gruppi ribelli di riguadagnare terreno contro Assad. Un’ipotesi che, dopo il sostegno russo al governo siriano nella lotta a Daesh in Siria, è divenuta via via più difficile da tradurre in realtà. Il sogno di Ankara quindi sarebbe quello della creazione di una zona cuscinetto al confine siriano che dovrebbe estendersi tra Azaz, Al Bab e Jarablus, per uscire dall’impasse siriana e per raggiungere numerosi altri scopi.

Tra gli altri, come hanno sottolineato diversi analisti, offrire una retroguardia ai ribelli, soprattutto quelli turcomanni, avviare parte del rimpatrio dei profughi siriani che pesano, anche e soprattutto economicamente, sul territorio turco, e creare un cuneo strategico tra le zone curde di Afrin, Jazira e Kobane. Per Ankara ora però, è diventato sempre più difficile muoversi sul terreno della crisi siriana. Combattere Daesh, per Erdogan, significa avvantaggiare i curdi e Assad. Ma allo stesso tempo, non farlo, costerebbe al governo del “sultano” ovvie critiche da parte della comunità internazionale. Trattare con Assad, infine, sarebbe una vera e propria umiliazione per il governo turco. E se, inoltre, il perdurare dell’instabilità sarebbe foriero di ulteriori problemi sul fronte interno, una vittoria dei gruppi ribelli sostenuti da Ankara e dagli Stati del Golfo sarebbe la soluzione migliore per la Turchia. Ma è una soluzione che appare oggi più che mai lontana, all’indomani dell’implementazione degli accordi Kerry-Lavrov e del dialogo che punta al cessate il fuoco generale e all’avvio di una road map di 18 mesi per la transizione politica.

Erdogan vs Putin

Ultima, ma non ultima, tra le conseguenze avverse della gestione turca della crisi siriana, c’è la rottura con Mosca, che, dopo l’abbattimento del su-24 russo al confine turco-siriano da parte dell’aviazione di Ankara, ha portato le relazioni tra i due Paesi ai minimi storici. Ed è costata alla famiglia del presidente Erdogan pesantissime accuse di connivenza con i traffici dell’Isis da parte dell’establishment russo. Ma non solo. La perdita di credibilità della leadership turca sul piano internazionale è stata accompagnata dalle sanzioni di Mosca sui prodotti agroalimentari turchi, dal ritorno di un regime di visti che pesa sul settore del turismo turco, che prima della crisi tra i due Paesi generava proventi per 2,7 miliardi di euro.

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Le misure decise da Mosca contro la Turchia su turismo e esportazioni corrispondono per Ankara ad una perdita che si aggira intorno ai 5-10 miliardi di dollari, ovvero l’equivalente dell’1,5% del Pil turco. In più, sul piano dell’energia, è stata decisa la sospensione dell’importante progetto Turkish Stream. Su questo punto, tuttavia, vista l’importanza strategica del progetto entrambe le parti hanno lasciato qualche spiraglio al dialogo. Il presidente turco però, nel frattempo, sta guardando ad Israele, nel caso in cui Mosca, dopo l’abbattimento del su-24, dovesse decidere di sospendere le forniture di gas, che rappresentano il 54% del fabbisogno turco. Negli ultimi giorni infatti, si sono susseguiti gli appelli del presidente Erdogan per una normalizzazione dei rapporti con Israele, congelati dopo l’assalto alla Freedom Flottilla che portava aiuti umanitari a Gaza, nel 2010.

Le ambizioni della Turchia in Europa

In tutto questo Bruxelles, mantenendo un atteggiamento pragmatico per certi versi, ma per altri disancorato dalla realtà, sembra voler rimanere cieca dinanzi alla pioggia di accuse piovute sulla leadership turca e dinanzi alle continue violazioni delle libertà fondamentali nel Paese. Il nuovo contributo dell’Ue alle casse della Turchia per la gestione dei profughi siriani presenti sul territorio turco, che prevede lo stanziamento in due anni, di un miliardo di euro da parte della Commissione europea e di due miliardi da parte degli stati membri, e che ancora non ha incassato il sì dell’Italia, per dirne una, arriva, infatti, pochi giorni dopo la pubblicazione del rapporto choc di Amnesty International sul trattamento riservato da Ankara proprio ai rifugiati siriani in fuga dal conflitto. “Incatenati per giorni, picchiati e rispediti nei Paesi d’origine”, si legge nel rapporto, dalle autorità turche.

Detenzioni illegali e rimpatri forzati sono quindi de facto finanziati dall’Ue che, in questo modo, scrive la Ong, “rischia di rendersi complice di gravi violazioni dei diritti umani ai danni di rifugiati e richiedenti asilo in Turchia”. Insomma, con la minaccia di Daesh che cresce giorno dopo giorno, sembra quantomeno imprudente da parte di Bruxelles, voler conferire proprio in questo momento storico nuovo slancio ai negoziati che porteranno la cosiddetta “democrazia islamica” turca di Erdogan, a divenire uno Stato membro dell’Unione, trasportando il confine Schengen dell’Unione Europea direttamente a contatto con Stati ad altissimo tasso di destabilizzazione, come Siria ed Iraq. Con la conseguente libera circolazione nei confini europei di 80 milioni di cittadini turchi, senza bisogno di alcun visto. Per il premier turco Davutoglu, il nuovo percorso proposto da Bruxelles, costruito intorno a tre pilastri, ingresso della Turchia nell’Ue, liberalizzazione del regime dei visti per i turchi nell’area Schengen e contributo dell’Ue per l’emegenza profughi, segnano l’inizio di una “nuova era” nelle relazioni tra Turchia e Ue. Per molti invece, considerando lo scenario internazionale odierno, sembra un passo quantomeno azzardato.

Fonte: Qui

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