LA BASE MILITARE CHE LI OSPITA È “NO BUONA”, CONTINUA LA MARCIA DEI MIGRANTI PER IL VENETO

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È da lunedì 13 novembre, esattamente da dieci giorni, che in Veneto va in scena la migrazione dei migranti.

Un fenomeno epocale dove i richiedenti asilo ospitati nell’ex base militare di Conetta, frazione di Cona, nel veneziano, hanno deciso di svuotare la base e ci stanno riuscendo. «Cona no buono», ripetono da dieci giorni, con cartelli, manifesti e grida. Lamentano che il centro non va bene, hanno freddo, vengono maltrattati, mangiano riso e lottano per la dignità e i documenti. Così un po’ alla volta, radunati in gruppi o grupponi, a flotte o plotoni, se ne stanno andando. Partono. Borse, valigie, trolley, iPod, chi in infradito, chi con gli stivali e vanno, non si sa bene dove. Perché è esattamente da dieci giorni che in Veneto si assiste a rimpalli di responsabilità, tempi biblici per decisioni urgenti e lunghi ed estenuanti vertici, in cui si decide di scaricare i migranti da una provincia all’altra. Allora lunedì 13 novembre i profughi cominciano a protestare.

Invadono le strade di Conetta, con i proprietari delle case che non riescono a entrare. Gridano: «Cona no buono, Cona no buono». Poi martedì 14 dal campo base, che ha raggiunto picchi anche di 1.600 ospiti, scappano in quasi 200, su 1.119, e si mettono in marcia verso Venezia per incontrare il prefetto. Ma fatti 18 chilometri si fermano a Codevigo, nel padovano e qui uno di loro, Sadif Laore, viene investito e ucciso da una monovolume.

Nel frattempo i migranti, giunti davanti la chiesa di Codevigo, si accampano nel sagrato. Passa qualche ora e la diocesi decide di aprire le porte della chiesa. Il giorno dopo si mobilita anche il Patriarca di Venezia che dice ai parroci: «Aprite le parrocchie». E così migranti ritrasferiti. Allora si muove anche il Viminale che ne ricolloca 248. Ma a 30 di loro le soluzioni trovate non vanno a genio e tornano a Conetta. Nel frattempo ne spariscono 50, ma la prefettura non conferma.

Arriviamo a lunedì 20. Da Conetta ne scappano altri 52 che marciano a piedi per chilometri fino a Piove di Sacco, nel padovano, mandando il traffico in tilt, tra le proteste dei cittadini. Qui stesi davanti al municipio, in mezzo agli operai che montano le luminarie di Natale, aspettano. Subito si riunisce un vertice durato quattro ore, tra il sindaco di Piove di Sacco, Davide Gianella (centrosinistra), il parroco e il direttore della Caritas, che uditi il prefetto e la diocesi, decidono di non concedere gli spazi ai migranti per dormire, per non creare un precedente. Quattro ore di vertice per decidere che i migranti avrebbero dormito lungo le scale. Ma passa qualche ora e la Curia ci ripensa. Alle due di notte viene aperto un locale della parrocchia per «motivi umanitari». Il giorno dopo, sempre con dietro il codazzo di volanti, dirigenti squadre mobili, questori, sindaci, prefetti, Digos, carabinieri, poliziotti schierati in prima linea, giornalisti, fotografi, tv nazionali, reti locali, i migranti diventano 56 e vengono caricati su due bus di linea per Padova. Dieci persone italiane scendono scocciate. Nella Città del Santo i profughi marciano a piedi verso la prefettura. Qui protestano. Il sindaco Sergio Giordani, anche lui centrosinistra, dice che a Padova non c’è posto e che i profughi di Conetta se li deve gestire Venezia.

Arriviamo a ieri mattina, dove i migranti vengono caricati su un bus, anche se si era detto un treno. Come si era detto verso Mestre, ma finiscono a Malcontenta, e incontrano il prefetto. Ieri alle 18 eravamo ancora lì, in attesa di una decisione. Di tornare a Conetta non se ne parla. Alle 18.15 il sindaco lagunare, Luigi Brugnaro, dal Brasile, decide di far dormire i profughi nel centro culturale di Malcontenta. Stamattina ripartiranno alla volta di non si sa dove.

via Il Giornale