LA MARINA CI RIEMPIE DI MILIARDI – Scipparli alla Libia porta miliardi

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Migrants and refugees sleep as a man from Pakistan wrapped in a blanket watches a ferryboat leaving the port of the Greek island of Chios, Wednesday, April 6, 2016. On Monday, 202 migrants from 11 countries were sent back to Turkey from the Greek islands of Lesbos and Chios. The same day, 155 migrants were caught on the Aegean by the Turkish coast guard. (ANSA/AP Photo/Petros Giannakouris)

Tripoli torna a contrastare il fenomeno dei barconi, ma è sfida con l’Italia per accaparrarseli. L’ombra dei ricchi finanziamenti della legge navale

Dalle coste di Sabratha, ad ovest di Tripoli, arriva il segnale che qualcosa sta cambiando. «Negli ultimi giorni oltre mille migranti – spiega il colonnello Ayoud Qassem, portavoce della Marina libica – sono stati recuperati in mare dalle nostre navi e riportati a terra».

Tra gli ultimi che hanno cercato di attraversare il mare sui gommoni tanti venivano dal Mali. Ma anche da Senegal, Kenya, Nigeria, Sierra leone e Niger. Martedì ne sono stati «ripescati» al largo ben 649, compresi 12 donne e 5 bambini; lunedì altri 115 dai guardiacosta libici.

I testimoni raccontano di operazioni ben organizzate, con pullman che caricano i gruppi appena rimettono piede sulla terraferma e li trasportano nel centro di raccolta di Zawiya. Centro, bisogna dire, che non ha una buona fama e di cui già in passato sono state denunciate le condizioni di detenzione. «Lì saranno identificati, per vagliare eventuali richieste di asilo», assicura il colonnello Qassem.

L’accelerazione nell’impegno dei militari sul tratto di costa vicino al confine della Tunisia, da sempre privilegiato dagli scafisti, sembra evidente nell’ultima settimana. Coincide, cioè, con l’arrivo a Tripoli di fine marzo del premier appoggiato dall’Onu, Fayez Al Serraj, per guidare un governo di unità nazionale. Quello al quale il nostro ministro degli Esteri Paolo Gentiloni è stato il primo martedì a far visita e promettere sostegno. Secondo gli osservatori, ci sarebbe un’inversione di tendenza verso il fenomeno delle migrazioni di massa, che fa pensare ad un nuovo controllo, come ai tempi di Gheddafi.

Il paradosso, raccontano dalle coste libiche, è che si sarebbe scatenata una specie di gara in mare tra le due Marine, quasi a dimostrare chi è più bravo a «salvare» gli occupanti dei barconi. Solo che i militari italiani li portano nei nostri porti, a centinaia di miglia di distanza, invece di favorire le operazioni dei libici, che vorrebbero scoraggiarne le partenze dimostrando che la tolleranza è finita. Ma per la Marina italiana, nel mirino delle polemiche seguite all’inchiesta di Potenza sulla legge Navale che le ha destinato 5,4 miliardi, i salvataggi potrebbero contribuire a giustificare i generosi stanziamenti.

Se c’è un nuovo impegno da parte libica, comunque, è strettamente legato alla reale operatività del governo di Al Serraj, che ancora non c’è.

«L’anno scorso- ha spiegato ieri il generale Paolo Serra, consigliere militare dell’inviato speciale Onu in Libia Martin Kobler- sono state 154mila le persone che dalla Libia si sono mosse verso l’Europa. Se la situazione si stabilizzerà con un governo in carica non sarà più così». Nella sua audizione al comitato parlamentare Schengen, guidato dall’azzurra Laura Ravetto, il generale ha anche parlato di «un milione di potenziali migranti», che non avranno più ragione di muoversi se aiuteremo «il Paese a ricostruire il tessuto economico, agricolo ed industriale». Poi ha precisato che «la Libia aveva in passato la possibilità di assorbire sino a un milione di lavoratori, ma adesso non è più così».

Per Serra «i flussi migratori in partenza dalla Libia possono costituire una minaccia alla sicurezza perché all’interno potrebbero esserci cellule dormienti». Fonti americane parlano, infatti, di 5-6mila militanti dell’Isis in Libia, soprattutto nella zona di Sirte.

Il rischio infiltrazioni dunque c’è, mentre mancano «riscontri investigativi che Daesh controlli direttamente i traffici di migranti», per il procuratore nazionale antimafia e antiterrorismo Franco Roberti. Al convegno sulle rotte dei traffici illeciti nel Mediterraneo organizzato da British American Tobacco, spiega che per fermare il terrorismo bisogna tagliare i flussi finanziari che l’alimentano: 3 miliardi di dollari l’anno, da traffico di stupefacenti, contrabbando di petrolio e tabacchi, mercato clandestino di opere d’arte e armi. I primi da colpire sono i «santuari» della droga, con profitti mondiali per 560 miliardi, di cui 30 solo per l’Italia.

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