LA PROFEZIA DI FELTRI: “GLI ULTIMI GIORNI DEL CALIFFO? VI SPIEGO PERCHÉ DOBBIAMO AVER PAURA”

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VITTORIO FELTRI

Al-Baghdadi pare stia sull’ orlo della sua personale fine ingloriosa. Costui – come ben raccontato ieri dal nostro Andrea Morigi – fa paura ai vincitori, quasi più da sconfitto che da leader in sella, per cui lo ammazzeranno. Sa troppo. Come Gheddafi. Sta rintanato a Mosul (mandate a mente questo nome, che ci torno).

Nessuna prece. Invito ad avere ancora paura: non più solo dell’ Isis, ma di chi lo combatte, concimando nuove ribellioni coraniche. Non la paura disonesta dei capi americani e turchi e sciiti, ma un sentimento timoroso e guardingo su entrambi i lati del conflitto.

Tranquilli. L’ Isis perde territorio, ma non la sua pulsione originaria. Sono sicuro infatti che il consiglio della Shura – che pur leggendosi “Sciura” non è il parere della moglie, ma il raduno dei capi occulti dello Stato Islamico – ha già pronto il suo sostituto: morto un Califfo se ne fa un altro.
Di solito più cattivo.

Perché siamo arrivati a questo? Che cosa dovremo aspettarci? Di certo non è finita la guerra dell’ Islam assassino contro di noi, con la battaglia per la presa della capitale irachena dello Stato Islamico, da parte di una vasta coalizione di forze che non sanno ancora come spartirsi il bottino politico, e sono più litigiose del centrodestra, che se non altro non usa i fucili.
Bisogna avere ancora paura. E per questa consapevolezza per me Mosul è stata molto importante. Abu Bakr Al-Baghdadi, questo il suo nome per intero, è entrato nella mia vita un certo giorno: il 17 marzo del 2015, quando ho assistito alla distruzione delle croci e delle campane della chiesa di San Giorgio a Mosul.

Una brutta chiesa, niente a che vedere con le basiliche barocche o gotiche demolite nei giorni scorsi dal terremoto a Norcia e dintorni. Non ero lì fisicamente, ma le immagini in sequenza messe in circolazione su Internet costringono a partecipare allo scempio da spettatore impotente.

Non ci avevo mai creduto, all’ anima, fino a quel 17 marzo, martedì. Erano oggetti, persino senza bellezza, quelli presi a picconate, strappati alle travi, scalpellati coi martelli. E allora perché i colpi li ho ricevuti io? L’ unica spiegazione è che ho qualcosa che ribolle sotto i miei pensieri coscienti. Ho avuto nostalgia dei vecchi preti, guai a chi me li tocca, insieme al loro incenso e al latinorum.

Ci salveranno loro, la memoria di questo passato che non è passato, ma resiste in un angolo, da qualche parte dentro di noi, legata con fili a croci, campane, statue della Madonna. L’ anima? Forse. Provo a dare una definizione: è la nostra verità che dorme. Si è svegliata. Guai a chi me la vuole sequestrare. Essa prende la testa, e precede la pancia: sta lì, sempre più malconcia, come la piattaforma continentale su cui mi reggo e forse si regge ancora quel che resta dell’ Italia.

Ho capito che esiste perché picconando la croce, spaccando la statua della Madonna, gli islamici del Califfo, a tremila chilometri da casa mia, ferivano quella roba lì, chiamatela come vi pare. Qualcosa che se la tocchi e la distruggi io perdo qualcosa di irreparabile.

Peggio che lasciare la vita in un fossato. Qui propongo ampi stralci del capitolo n. 2 del volume Non abbiamo abbastanza paura (Oscar Mondadori). Qualcuno se ne accorgerà, ma siccome è meglio anticipare gli elogi, immodestamente sostengo di aver anticipato le tesi di Donald Trump, contro il filotto di presidenti e candidati presidenziali idioti che ci hanno trascinato in questo casino a un passo da casa nostra (e in casa nostra). Bisogna avere paura, altroché.

Fonte: Qui