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LA PROFEZIA NERA DI FELTRI SUL FUTURO DI ROMA: “PERCHÉ POSSONO VINCERE SOLO I TOPI”

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Caro Giancarlo Perna, avrai anche le tue ragioni, ma io non le trovo. Anzi, leggendo il tuo pezzo mi saltano all’ occhio molti torti. Certamente Roma è la città più bella del mondo, altro che Parigi. Ma la manutenzione organizzata dal Comune fa pena.
D’ altronde. L’ amministrazione si è segnalata per dabbenaggine e non solo: mafia capitale, ruberie, sprechi, incapacità gestionale e debiti mostruosi. Si vede che l’ efficienza romana è una chimera.

Ovvio che gli abitanti si siano abituati a convivere con la monnezza e con il pressapochismo generalizzato degli enti. Basti pensare che il Campidoglio dispone di un patrimonio immobiliare enorme di cui ha perso il conto e di cui non riscuote gli affitti: già, manca perfino il censimento degli appartamenti di proprietà pubblica e «regalati» non ai bisognosi, bensì ai soliti furbetti.
Tutte le metropoli sono soffocate dal traffico – convengo con te -, però Roma ha qualcosa di speciale: la gente parcheggia non più solo in seconda fila, ma anche in terza. I marciapiedi sono cosparsi di sacchi zeppi di rifiuti. Il dominio delle pantegane è fuori dubbio. La responsabilità di tutto ciò è collettiva, non solo delle varie giunte comunali. Un maggiore autocontrollo individuale aiuterebbe a risolvere i problemi urgenti.

Tu dici che il centro non è peggiore di quello di Genova o Milano. Constato che non frequenti né l’ una né l’ altra città del Nord. Genova è un casino, però Milano è un giardino, profughi permettendo. Vieni a trovarmi qui a due passi dal Duomo e ti dimostrerò una cosa che ti è sfuggita: dalle nostre parti non esistono i cassonetti da parecchi anni, la nettezza urbana si è evoluta. Il sindaco Albertini ha inaugurato un fantastico inceneritore almeno dieci anni orsono. E la raccolta differenziata non è un tabù. Chi la fa? I cittadini. Il bilancio di Palazzo Marino non è un disastro come quello di Roma. Ti conviene leggerlo e paragonarlo, capirai al volo che siamo di fronte a cifre ben diverse.

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Se confronti Villa Borghese con il Parco Forlanini prendi un granchio. Villa Borghese è lì, in via Veneto, nel cuore dell’ Urbe. Il Parco Forlanini è all’ estrema periferia. A ridosso dell’ aeroporto di Linate eppure è pulito come il tuo salotto. Ma questo è un discorso antipatico dal sapore campanilistico, e non mi piace. Sono sicuro che se la Città eterna, avesse dei capoccia all’ altezza si trasformerebbe in fretta e diverrebbe degna di essere annoverata tra le migliori capitali europee. Ma non li ha da decenni e forse non li avrà in un prossimo futuro. Purtroppo.

Per cui pensare di ospitare le Olimpiadi a Roma è una follia. Significa andare incontro ai corrotti e alle loro esigenze di rubare, offrire ai farabutti nuove occasioni per arricchirsi illegittimamente, rischiare altri scandali perché contro il malaffare non sono state erette delle protezioni che garantiscano un minimo di lindore negli appalti e roba simile.

Su un punto concordo con te. Le Olimpiadi del 1960 dettero alla Capitale un notevole impulso, furono una opportunità di sviluppo urbano e contribuirono a esaltare le grandi bellezze di Roma. Ma diciamolo con franchezza. Roma allora era un’ altra Roma. Lo affermo per esperienza. Ci vissi due anni, all’ epoca, dal 1964 al 1965.

Era una città splendida, pulita, ordinata, seria. Vi si circolava agevolmente, parcheggiare era un gioco da ragazzi, i locali erano invitanti, trattorie gradevoli, negozi di lusso, teatri e cinema sempre attivi e anticipatori delle mode culturali.

Oggi essa non è più un’ oasi, ma un refugium peccatorum. Perfino la politica si è abbassata a livello dei ratti. Non prendiamoci in giro. Gli amministratori hanno l’ obbligo di raddrizzare la barra. Altro che progettare Olimpiadi. Restituiscano all’ Urbe la dignità di un tempo, il rigore che merita di esibire. I giochi olimpici sono divertenti e affascinanti, ma serve saperli allestire e presentare. Offrirli alla malavita per aggravare la situazione giudiziaria della Capitale non è corretto né conveniente. Non è sensato dire che noi ci auto flagelliamo, semplicemente ci descriviamo per ciò che siamo. Un Paese allo sbando.

Fonte: qui

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