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LA RETE TERRORISTICA DI BARI – Tanti soldi e documenti falsi

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Bari – Le tracce dei tabulati telefonici, ma soprattutto la pista dei soldi. Che a quanto pare conduce anche in Qatar e Dubai, oltre che nelle basi che l’organizzazione era riuscita a sparpagliare in mezzo mondo attraverso una facciata di legalità garantita da documenti falsi.

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Dopo l’arresto di Majid Muhamad, l’iracheno di 45 anni accusato di favoreggiamento dell’immigrazione clandestina nell’ambito di una vasta inchiesta avviata a Bari sul terrorismo islamico, la polizia adesso tenta di mettere ogni tassello al proprio posto e cerca di ricostruire la fitta ragnatela di complicità che ha trasformato la Puglia in uno strategico crocevia utilizzato dai foreign fighters diretti sulle linee dei fronti bollenti di Siria, Iraq e Afghanistan. Nel corso delle indagini è venuto fuori un vorticoso giro di telefonate, ma anche spostamenti di denaro e contatti tra personaggi che miravano rimettere in piedi il cosiddetto «gruppo di Parma», dove era stata costituita la cellula italiana del gruppo fondamentalista Ansar Al Islam.Secondo gli inquirenti Muhamad, condannato a dieci anni di carcere ma rimasto ugualmente a Bari dopo l’annullamento del decreto di espulsione, non era interessato soltanto all’assistenza per i jihadisti destinati ai luoghi di combattimento. L’iracheno ritengono gli investigatori – voleva conquistarsi un punto di riferimento anche negli Emirati Arabi e in particolare nell’area di Dubai, già finita al centro di altre indagini sul terrorismo visto che proprio da laggiù secondo quanto scoperto dalla Procura di Milano sulla base di notizie di intelligence passava un giro di denaro tra Gran Bretagna e Somalia per conto di Al Qaida. La strategia di Muhamad affiora dalle intercettazioni telefoniche: il 20 marzo contatta un suo conoscente a Dubai, i due parlano di documenti e di altri amici in Qatar, poi il 45enne chiede se può chiamarlo nel caso in cui dovesse avesse avere bisogno di soldi ottenendo risposta affermativa. Ma non è tutto. In una conversazione del 28 marzo Muhamad, dopo aver saputo che c’è qualcuno in procinto di entrare in Italia, dichiara: «Se portassero da noi un po’ di soldi sarebbe cosa buona»; il suo interlocutore, un iracheno residente a Bolzano, risponde che non ci sono problemi, del resto già in una telefonata del 10 marzo gli aveva messo a disposizione il codice e la carta di credito (o bancomat) assicurandogli: «Se puoi oggi e domani e tutti i giorni fino a 4mila, 5mila euro puoi tirare». Secondo la procura queste conversazioni dimostrano il ruolo di primo piano del 45enne arrestato a Bari. Il quale si legge negli atti giudiziari «può contare sul completo sostegno dei propri connazionali».L’inchiesta è scattata a febbraio, dopo una perquisizione in un appartamento in cui sono state trovate 14 persone: iracheni e iraniani, tutti con permesso di soggiorno o richiesta di asilo politico. Da qui sono partiti gli accertamenti che hanno consentito di fare luce sulla rete di contatti tessuta da Muhamad che, dopo aver scontato dieci anni di carcere e aver ottenuto l’annullamento del decreto di espulsione, è tornato in libertà riallacciando i legami con la vecchia cellula terroristica: il suo compito sarebbe stato quello di spalancare le porte dell’Europa a personaggi legati all’area del fondamentalismo islamico, fornendo alloggi e assistenza logistica. L’ombra minacciosa di quella rete si è allungata da una parte all’altra dell’Italia. E in queste ore sono in corso scambi di atti e informazioni tra le Procure di Bari e Trento, dove alcune settimane fa sono state arrestate 17 persone nell’ambito di un’inchiesta sul terrorismo internazionale da cui è emersa l’esistenza di cellule a Merano e Bolzano.

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