Il Sud con Salvini

La sinistra difende il festival delle giustificazioni degli islamici che (NON) c’erano…

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Notinmyname, non nel mio nome. Lo slogan c’era, efficace pure, ma di gente per dargli corpo e anima mica tanta. Il giorno dopo i magri cortei dei musulmani d’Italia contro il terrorismo, le piazze semivuote di Roma e Milano diventano un boomerang. E scatta il tentativo di coprire tutto con una verniciata di entusiasmo di maniera.Fa strano vedere il versante progressista della politica italiana, gente che della piazza piena ha fatto un culto, una professione costruita su dogmi indiscutibili, cercare di nascondere il senso di una piazza vuota.

Gli stessi pronti a sostenere che se un milione di persone manifesta contro un governo, quel governo si deve dimettere, o che se un partito non riesce a radunare le folle vuol dire che non ha consenso, ieri erano pronti a rimproverare la grettezza di chi tira in ballo i numeri dei musulmani a Roma e Milano, un migliaio a dire tanto. «Sconcerta vedere che la destra, la stessa che fomenta l’odio impedendo la realizzazione dei luoghi di culto, ignori l’importanza della giornata di oggi», tuona ad esempio, Pierfrancesco Majorino, assessore di Pisapia e tra i papabili candidati a sindaco di Milano per la sinistra.Ma anche al governo ieri il mood era lo stesso: parola d’ordine, celebrare la piazza e cercare giustificazioni per i numeri scarsi. Vedi il ministro degli Esteri Paolo Gentiloni, che ha dato la colpa alla paura (di attentati? dell’islamofobia? Non si sa): «Grazie ai nostri concittadini di religione islamica che ieri hanno manifestato contro il terrorismo.

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So che non era facile andare in piazza, nel clima che viviamo. Averlo fatto è stato importante». Molto diffusa l’interpretazione della paura che frena la piazza. Per il ministro Angelino Alfano (intervistato da Maria Latella su Skytg24) però è tutta colpa della carenza di ombrelli: «La variabile meteo ha influito sulla partecipazione dei musulmani». Piove, governo baro.Il fronte giustificazionista però non si scompone, non accetta critiche: è stato un successone. Ma non dicevano che si va in piazza per contarsi? Eppure mai come ieri i titoli dei giornali erano unanimi, anche i più inclini al dialogo con l’islam: pochi in piazza. L’unica crepa viene proprio da uno dei promotori dell’iniziativa, il deputato del Pd Khalid Chaouki, che messo sotto pressione dalle critiche sui social network per l’insuccesso, si lascia andare su Twitter a un eccesso di ottimismo raccontando così i 500 (inclusi i politici e i numerosi giornalisti) di piazza Santi Apostoli: «Migliaia di persone in piazza a Roma». Perché gonfiare i numeri se non sono importanti? Il fatto è che la questione del rapporto tra Isis e masse musulmane è complessa, intraducibile in uno slogan, e chi ha provato a dimostrare il teorema semplificatorio dei «musulmani moderati» con una passeggiata in piazza ha finito col consegnare al partito avverso un argomento in più.

Tanto che ieri tra gli hashtag di tendenza, cioè la parole chiave più diffuse, insieme a «Notinmyname» c’era anche «Notinmyname flop». E purtroppo i social network ieri, molto più dei mini-cortei, mostravano le contraddizioni del mondo musulmano sulla condanna alle violenze di Parigi: molti utenti con nomi arabi hanno postato in Rete commenti con lo slogan «Notinmyname», ma gran parte, anziché cogliere l’occasione di condannare con forza l’Isis, sparavano su Israele. Qualche esempio del tono dei messaggi: «Isis significa Israel Secret Intelligence Service», «Distruggete Isis ma non i musulmani che ci vivono, non fate come Israele, il paese dei violatori di diritti umani», «Isis è una creazione di Israele». Detto sempre, ovviamente, not in my name.

Fonte: Qui

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