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La Turchia protegge il Califfato, l’Arabia e il Qatar lo finanziano

La Russia ha motivo di “sospettare” che il jet sia stato abbattuto “per assicurare forniture illegali di petrolio dall’Isis alla Turchia”. Vladimir Putin non solo snobba Recep Tayyip Erdoğan, negandogli quell’incontro che il leader di Ankara aveva auspicato a margine della Conferenza Onu sul clima organizzata a Parigi, ma anzi rincara la dose.

E colpisce duro. “Difendere i turcomanni – aggiunge a proposito della linea ufficiale della Turchia – è solo un pretesto”. Il Cremlino ha ricevuto“recentemente” nuovi rapporti d’intelligence che mostrerebbero un traffico dipetrolio dai territori controllati dall’Isis alla Turchia “su scala industriale”. Le parole di Putin aprono un vaso di Pandora. Perché, se la Turchia protegge i jihadisti dello Stato islamico, ci sono Paesi come l’Arabia Saudita e il Qatar che li finanziano.

Le parole del presidente russo hanno suscitato l’immediata reazione della controparte: Erdogan ha detto di essere pronto a dimettersi se le dichiarazioni di Putin fossero confermate. “È immorale – ha tuonato con la stampa internazionale a Parigi – accusare la Turchia di comprare il petrolio dall’Isis. Se ci sono i documenti, devono mostrarli, vediamoli. Se questo viene dimostrato, io non manterrò il mio incarico. E dico a Putin: lui manterrà il suo?”. Ma, aldilà delle dichiarazioni di facciata di Erdogan, la verità è che, come emerge dal rapporto sull’emergenza terroristica preparato dal Financial Action Task Force(Fatf) e riportato da Italia Oggi, la maggioranza dei governi non solo non prende sul serio la lotta alle commistioni tra la finanza internazionale e le reti del terrore, ma ddirittura chiudono un occhi. Un esempio tra tutti è proprio l’Arabia Saudita che “usa gli standard del Fatf per difendersi in casa sua” e “li viola totalmente nelle sue attività estere e internazionali”. Se infatti da una parte Riad deteiene il primato delle azioni contro i reati di collegamento tra terrorismo e finanza, dall’altra è, a fianco del Qatar, la più grande finanziatrice e sostenitrice dei tagliagole.

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Nell’audizione dedicata al Terrorism Financing and the Islamic State, organizzata il 13 novembre 2014 dalla Commissione per i Servizi fianziari del Congresso americano, è emerso con chiarezza che “mentre al Qaeda poteva contare dopo l’attentato dell’11 settembre su circa mezzo milione di dollari di sostegni al giorno, l’Isis aveva introiti di 1-2 milioni di dollari al giorno attraverso la vendita di petrolio, i riscatti degli ostaggi e i sostegni da parte delle organizzazioni caritatevoli soprattutto dei Paesi del Golfo, a cominciare dal Qatar e dall’Arabia Saudita”. Nel commercio del petrolio il partner principale dei tagliagole dello Stato islamico è sicuramente la Turchia. “Circa 30mila barili al giorno, trasportati da 250 autobotti – spiegano l’ex sottosegretario all’Economia Mario Lettieri e l’economista Paolo Raimondi – transitano attraverso i confini porosi della Turchia e del Nord Iraq per essere venduti a compiacenti acquirenti, consapevoli di sostenere le operazioni terroristiche”. Soltanto negli ultimi otti mesi i tagliagole dello Stato islamico hanno venduto al mercato nero turco petrolio e gas iracheno. Un business che, grazie alla complicità di Erdogan, ha fatto fruttare al Califfato 800 milioni di dollari.

C’è poi la finanza. Banche e mediatori finanziari e monetari contribuiscono a far arrivare quotidianamente fiumi di denaro nelle casse gestite dal califfo Abu Bakr al Baghdadi. Nel mirino degli americani è finta, da qualche tempo a questa parte, l’hawala. Si tratta di una rete informale di operatori privati addetti al trasferimento di denaro. Anche in questo caso le fonti di intelligence hanno acceso il faro su tutti i Paesi islamici, a cominciare da quelli del Golfo.

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