LA VERITA’ DI RENATO FARINA SULLO STUPRATORE DI RIMINI: ECCO CHI HA SULLA COSCIENZA GLI ORRORI DI QUESTA BELVA

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È stato catturato alla stazione di Rimini, preso per le orecchie, come una lepre in fuga. Era spacciato, dopo che i più giovani del gruppo di stupratori africani si erano costituiti. Aveva preparato le valigie, era salito su un treno verso Nord, verso qualunque Nord, nessuno di costoro scappa mai verso Sud. Sentiva odore di preda, di donna, ma la preda stavolta era lui, rintanato invano in uno scompartimento in fondo al treno. Erano davvero donne i suoi cacciatori. Baldanza finita, non ha estratto gli attrezzi dell’ orgoglio mascolino davanti alle due poliziotte, due donne, più forti e brave di lui. Lo hanno bloccato, ammanettato, sono state capaci di controllarsi, di trattenere l’ istinto della pena corporale da infliggere subito.

I sentimenti delle due agenti li immaginiamo e li ammiriamo. Quelli del bruto (presunto bruto, restiamo civili per favore) non ci viene da pensarli, ma li leggiamo su un volto. Un bel volto. Paura, stupore, ma-che-ho-fatto? Perché-tutto-‘sto-casino? Soprattutto vi si legge un’ incredibile normalità, di uno con cui berresti il caffè, lo vedi mescolare lo zucchero col cucchiaino, e poi con la stessa noncuranza, senza neppure bisogno di nascondersi, spaccare la testa a un ragazzo e strappare le mutande a una bambina.

Che male c’ è, campare, godere, questa è la vita, i prezzi per essere il capo sono questi, perché – assicurano le evidenze investigative, in ogni caso da sottoporre a verifica processuale – proprio lui è il capo banda. Le testimonianze delle vittime di violenza sessuale e del polacco messo fuori gioco a bottigliate, descrivono nel «nero con la canottiera» il lupo digrignante. Il leader degli stupratori di Rimini per essere tale, secondo la logica di ogni famiglia criminale, doveva essere il primo in crudeltà, spietatezza, determinazione. E insieme normalità. Perché questo è normale.

FACCIA DA BOYSCOUT
Ma è proprio quello lì che vediamo in foto e nei filmati? Come è possibile? Una faccia da bambino bello, da boy scout che fa attraversare la strada alla vecchietta. Si chiama Guerlin Butungu, 20 anni, con regolare permesso da rifugiato per motivi umanitari in attesa di definizione della propria posizione. Gli hanno detto di tutto, sul suo profilo Facebook, dove disgraziatamente per lui, si atteggiava ad agnello dolente e molto pio. Sembra più cattivo chi gli dedica parole irose. Pena di morte, castrazione. Fa impressione perché lo trovi scritto, ma è la lingua perenne della folla furiosa ed esisteva assai prima di Internet.

Alcune osservazioni. La faccia. Mi spiace per Lombroso ma non ci siamo. Io dico per fortuna. Forse per ragioni personali. Ma c’ è anche questo da tener conto e da imparare.

C’ è in Mozart uno scambio interessante in un duetto. Dice il Conte di Almaviva all’ innocente Figaro: «Il tuo ceffo già t’ accusa». L’ accusato risponde: «Mente il ceffo, io non mento». Nel caso degli stupri è risaputo: la gran parte di essi – di solito non denunciata – accade nell’ ambito familiare o degli ex. Ma vale per tanti reati. In agosto, le cronache hanno registrato la morte in Calabria per infarto di un uomo inseguito per anni da sospetti mai sopiti. Nessuna prova, nessuna imputazione precisa, semplicemente era «Faccia di Mostro». E questo bastava per avvalorare l’ illazione che fosse, da agente dei servizi segreti, un essere losco, implicato nelle stragi mafiose. Non ne facciamo il nome. Ma la faccia era quella. Da mostro. Il passaggio dall’ estetica alla morale ha un suo senso filosofico. La morale è lo splendore della verità, riflesso di bellezza.
Dunque la criminalità dovrebbe rispecchiare la bruttezza. Capisco che sto difendendomi, ma contesto la deduzione. Il delitto sa mentire, preordinandosi una maschera facciale mite e innocente. Altro che “faccia da mostro”: Guerlin Butungu, con un ripasso lieve dal parrucchiere e dallo stilista, potrebbe essere un divo rapper, un calciatore del Paris Saint Germain, transiterebbe facendo una sua decente figura sul red carpet del Festival di Venezia.

Congo-Lampedusa. Il Congo è di certo un Paese attraversato da furiosi scontri politico-tribali. La maggioranza degli abitanti è cattolica, ci sono santi e diavoli che si rincorrono. Anche i riti hanno frequentazioni animiste. La messa africana a forza di inculturazione e partecipazione ha qui connotati ancestrali confinanti con la magia. Non aveva ancora diciotto anni quando è arrivato in Libia, nel 2015. Quindi è sbarcato a Lampedusa. Ha presentato domanda di rifugiato, è stato messo in regola. Inserito in una comunità in provincia di Pesaro-Urbino. Assunto in una cooperativa, corso di cameriere, lavoro in un ristorante di Fano. L’ Italia in nulla ha mancato verso di lui. Né lo Stato né la gente comune. Il profilo Facebook registrava i suoi sentimenti per l’ amico morto, ringraziava Dio per il proprio compleanno. Ci sono filmati dove si ode il suo Amen! in una riunione di preghiera. Pare non fosse stato accettata la sua richiesta di asilo politico. Ha fatto ricorso. Nelle more della sentenza aveva ed ha diritto di restare. Ormai era uno di qui, faceva comitiva. Ultimamente vestiva anche molto bene. Spaccio? Gigolò? Lavori redditizi in nero? Si vedrà.

ERRORI DA EVITARE
Qualcuno ha già cominciato a individuare il pericolo non nello stupro, ma nella virulenza con cui è ingiuriato chi lo pratica. Come sempre prevale nei piani alti la sindrome per cui si cerca di tagliare il dito che indica sgraziatamente il drago. E conviene anche dire che la pulsione a stuprare non è esito di mancata integrazione, non è colpa della società. Forse scavando si potrà apprendere che questo ragazzo ha subito violenze. Ma non è questa la molla. Come non è il colore della pelle, il Dna. Ho conosciuto il ragazzo, e visitato in carcere, che aveva la stessa faccia gentile di Guerlin, ma era bianco, di famiglia perbene laziale, religioso, di sinistra. Ha stuprato negli ascensori molte ragazze (confermano le sentenze) e non aveva nessuna idea dell’ orrore fatto, né gli traspariva sul volto. Ecco, bisognerebbe che cambiasse il nostro volto, dinanzi alle notizie di stupro.

Meno indifferenza, meno morbosa curiosità. E forse allora le migliaia di ragazze e signore giovani o mature, che subiscono violenza, e tacciono, le denuncerebbero. Dovremmo essere noi ad avere una faccia diversa e imparare che lo stupro non è un eccesso di virilità sotto la cintura, ma una spaventosa deformazione del cuore e della testa che uccide.

di Renato Farina – Libero