L’arcivescovo del Kurdistan “La sharia? È una malattia”

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Hanno dovuto lasciare tutto, i loro villaggi, le loro case, i loro beni, per scampare alle persecuzioni dei tagliagole dello Stato Islamico. Oggi la maggior parte dei 120mila cristiani fuggiti da Mosul e dalla piana di Ninive nell’estate del 2014, ha trovato rifugio nel Kurdistan iracheno. E alla vigilia del viaggio di Papa Francesco alle porte d’Europa, per dare un messaggio di accoglienza a migranti e rifugiati che continuano a sbarcare nell’isola di Lesbo, monsignor Rabban Al Qas, ospite di Aiuto alla Chiesa che Soffre, arcivescovo caldeo di Ahmadiya e Zakho, ha raccontato la difficile situazione in cui continuano a vivere i cristiani iracheni. Duhok, la cittadina a nord di Mosul che appartiene alla diocesi di monsignor Al Qas, ospita infatti la maggior parte dei cristiani fuggiti da Mosul, attuale roccaforte dello Stato Islamico in Iraq. E a due anni dalla tragica invasione dei tagliagole dell’Isis, il bilancio che ha tracciato è devastante. “Quando l’Isis ha scacciato i cristiani da Ninive, questa gente pensava di poter tornare a casa in un paio di mesi”, ha detto monsignor Al Qas, “invece sono passati due anni, e la verità è che i cristiani non potranno mai tornare a Mosul e a Baghdad, perché lì non c’è alcuna sicurezza per loro”.

Mosul, una città che, secondo il monsignore era “la casa del fanatismo salafita e wahabita già prima dell’arrivo dell’Isis”. Una città, dice monsignor Al Qas ailGiornale.it, dove “gli estremisti islamici hanno creato nelle scuole e tramite i loro insegnamenti una nuova generazione pronta a sollevarsi contro i propri fratelli cristiani, che hanno dovuto subire rapine, uccisioni” e ogni sorta di violenza, fino ad essere costretti ad abbandonare una città dove la presenza cristiana è radicata da migliaia di anni. sharia e il fondamentalismo islamico non permettono ai cristiani di vivere una vita normale in Iraq e, secondo l’arcivescovo, il fondamentalismo islamico è ancora radicato nel parlamento di Baghdad, che lascia pochissimo spazio alla libertà di culto. La situazione nel Paese dopo Saddam, afferma, è “catastrofica”. Per combattere quella che monsignor Al Qas definisce la “malattia” del Medio Oriente, la “sharia”, c’è bisogno secondo il presule, di “recuperare la fratellanza tra cristiani e musulmani attraverso la scuola e l’educazione”, di “cambiare l’impostazione politica verso un grado maggiore di libertà religiosa”, e di “fermare la mentalità di Paesi come la Turchia, l’Arabia Saudita e dell’Isis, che fanno del male in nome di una ideologia che chiamano religione”. Una malattia che per monsignor Al Qas è diffusa ormai in tutto il mondo.

“È inutile che l’Europa spende milioni per proteggere i propri cittadini perché queste persone possono colpire in qualsiasi momento”, afferma monsignor Al Qas, “l’Europa sarà sicura solo quando sarà sconfitta questa ideologia”. Fermare l’esodo dei cristiani d’Oriente, poi, secondo l’arcivescovo, dipenderà principalmente dai governi occidentali. Senza libertà, perseguitati, “la gente, esasperata, preferisce partire”, dice. “E mi stupisco”, continua monsignor Al Qas, “dei governi europei che lasciano i rifugiati cristiani aspettare uno o due anni in Turchia, mentre invece lasciano entrare interi gruppi di migranti, magari pakistani, che tra vent’anni saranno la maggioranza, o almeno la metà della società europea”. Il Kurdistan, continua monsignor Al Qas, rappresenta, al contrario un’isola felice per i cristiani e gli yazidi, dove è assicurata la libertà. “Nel 2006 il governo del Kurdistan ha costruito più di 250 villaggi per i cristiani ed anche una scuola”, afferma l’arcivescovo. Appoggiato dagli Usa e dalla Russia, il popolo curdo sta ancora combattendo contro l’Isis nel nord dell’Iraq e della Siria. Ma, nonostante l’impegno curdo contro il terrorismo islamico, i rappresentanti dei curdi siriani sono stati esclusi dai colloqui di Ginevra sulla Siria. “Un errore cancellare i curdi dal negoziato”, dice l’arcivescovo a ilGiornale.it, “fatto sotto le pressioni della Turchia, che non vuole il Kurdistan indipendente, e che aiuta l’Isis, favorendo il passaggio di jihadisti lasciando le frontiere scoperte”. Il dramma dei cristiani dell’Iraq, a due anni dalla tragica invasione della piana di Ninive da parte dei miliziani del Califfato, quindi, continua. E l’emorragia delle comunità cristiane irachene non si ferma, con la presenza cristiana che, secondo i dati forniti da Aiuto alla Chiesa che Soffre, oggi, in Iraq, si è ridotta ad almeno un quarto rispetto al 2000.

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