Le bugie del sì e la propaganda su una pessima riforma

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Al di là della discutibilità del personaggio e soprattutto del suo operato in qualità di presidente del Consiglio, l’intervista rilasciata da Mario Monti al Corriere della Sera cancella metà delle bugie propagandistiche diffuse dai promotori del Sì al referendum sulla riforma costituzionale, che il prossimo 4 dicembre chiamerà gli italiani alle urne.

In molti, ironizzando, hanno sostenuto che la dichiarazione di voto contrario da parte di Monti sia in realtà un efficace spot per il Sì. Forse è vero, ma soffermandoci sui contenuti dell’intervista non possiamo far altro che notare come l’ex premier, tra una bordata e l’altra contro l’operato del governo Renzi, chiarisca come non ci siano pressioni da parte dell’Ue per il Sì al referendum e soprattutto quanto sia inesistente il pericolo di caos istituzionale in caso di vittoria dei No. In soldoni, l’Ue non ha mai chiesto questa riforma costituzionale e assolutamente non è interessata a una eventuale vittoria dei Sì o dei No, così come Renzi non è affatto obbligato a dimettersi in caso di vittoria dei No e anche se accadesse non succederebbe niente di grave. Caduto un premier, se ne fa un altro. Insomma, nessuna fine del mondo.

Quanto sia importante l’opinione dell’Ue e soprattutto quella di Monti è ovviamente molto relativo, è però rilevante il fatto che la campagna per il Sì si basa per metà su una menzogna: in caso di vittoria dei No sparirebbero gli investitori dall’estero e si verificherebbe uno scenario di crisi istituzionale assai difficile da dirimere. Una chiara bugia, smentita da chiunque abbia sale in zucca, ma se i promotori del Sì non si fidano ora sono arrivate anche le parole del “guru” Mario Monti a ristabilire un po’ di verità. Metà campagna elettorale sbugiardata, dicevamo.

L’altra metà invece riguarda l’eliminazione del bicameralismo paritario, diventato finalmente il mostro da combattere e lo spauracchio da esibire al cospetto delle folle impaurite. Ed è un’altra menzogna, ma visto che siamo buoni la definiremo mezza verità. “Se volete porre fine al bicameralismo paritario e ridurre il numero dei parlamentari votate Sì” ripete Maria Elena Boschi ad ogni dibattito televisivo. Ma in realtà il bicameralismo paritario, che una volta veniva chiamato perfetto, è abolito fino a un certo punto: il rimpallo di leggi continuerà ad esserci, perché il Senato ha il diritto di chiedere di esaminare un provvedimento. La Camera, semplicemente, può non tenerne conto. Ma non è così che si elimina il bicameralismo perfetto, la vera abolizione si otterrebbe con la soppressione di una delle due Camere oppure con l’assegnazione di mansioni chiare e differenti a Camera e Senato.

Era questo lo spirito della riforma del 2006, il cui Senato federale avrebbe rappresentato gli interessi delle comunità locali e avrebbe esaminato le leggi riguardanti le cosiddette materie concorrenti tra stato e regioni, oltre a quelle di bilancio e alla finanziaria. Il Senato delle Regioni della riforma Renzi-Boschi è invece ridotto a un senatino dei 100, senza poteri particolari e costretto a svolgere le stesse funzioni di un consiglio di zona di una città metropolitana: esprimere pareri. Non è stato abolito, in compenso sono state abolite le elezioni: i senatori saranno infatti eletti dai consigli regionali.Anche per quanto riguarda la riduzione del numero dei parlamentari, il metodo è discutibile: i deputati restano 630, a diminuire sono solo i senatori che da 315 diventano 100. La riduzione prevista dalla riforma 2006 era più omogenea: i deputati sarebbero diventati 518, i senatori 252.

I promotori del Sì fanno finta di non ricordarsene, ma anche la riforma del 2006 prevedeva l’abolizione del bicameralismo paritario e la riduzione del numero dei parlamentari. Eppure, molti di loro hanno votato No, portati alle urne dal centrosinistra. Significa che niente è perduto: perso un treno, dieci anni dopo ne arriva un altro. Se si vuole davvero ridurre il numero dei parlamentari e porre fine allo stallo del bicameralismo paritario, si può sempre attendere una riforma migliore. E, di sicuro, quella del 2006, bocciata al referendum, lo era. Ne arriverà un’altra, probabilmente fra ulteriori dieci anni. E forse votata dai 2/3 del parlamento, grazie ad un vero accordo bipartisan. Cosa che scongiurerebbe il rischio di un altro referendum confermativo. Perché in fondo le riforme costituzionali devono essere così: con il più ampio consenso possibile in parlamento.

Non ascoltate la propaganda del Sì: non votate una pessima riforma soltanto per cambiare, ridurre il numero dei parlamentari ed eliminare il bicameralismo perfetto. Votate Sì se la riforma vi convince. Altrimenti, non sarà sicuramente l’ultima occasione per cambiare. Questo fa parte della stessa menzogna secondo cui dopo la vittoria del No sparirebbero gli investitori stranieri e l’Italia piomberebbe nel caos. E poi, davvero vi piace la nuova modifica del titolo V, che cancella tutti i poteri alle regioni per assegnarli a mamma Stato? E dire che fino a qualche anno fa si era tutti federalisti e discorsi come “responsabilizzazione locale” e “soldi e poteri ai territori” facevano breccia sull’opinione pubblica, che detestava il centralismo. Forse la campagna mediatica diffamatoria nei confronti delle regioni ha fatto cambiare idea a tanti italiani, gli stessi che non si sono accorti che gli scandali Regionopoli si sono rivelati un bluff quasi ovunque. E dove ci sono stati davvero sprechi e malversazioni, è sempre intervenuto lo Stato. Un pessimo federalismo, iniziato con le distruttive riforme Bassanini, non significa che la risposta sia un ritorno al centralismo. Si dovrebbe semmai cercare di cancellare le storture di un federalismo mal applicato: cosa che avrebbe fatto la riforma del 2006, non questa. Sarebbe un’ingiustizia che ora passasse una riforma ben peggiore.

di Riccardo Ghezzi