LE MANI DELLA ‘NDRANGHETA DIETRO IL BUSINESS DEGLI IMMIGRATI

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Non bastava il carcere a fermare il vecchio boss eragostolano Giuseppe Farao, 71 anni, patriarca del clan Farao-Marincola. Secondo i magistrati della Dda di Catanzaro ed i Carabinieri, era lui a dettare le direttive alla cosca, colpita oggi dall’operazione “Stige” con 169 arresti.  Il potere del boss era radicato del Crotonese, in particolare nell’area di Ciro’, Ciro’ Marina e comuni circostanti, dove operavano due ‘ndrine satelliti: quella di Casabona (Kr), facente capo a  Francesco Tallarico, e quella di Strongoli (Kr), facente capo alla famiglia “Giglio”.

Ma le proiezioni del clan arrivavano nelle regioni del Nord Italia e della Germania, dove venivano gestite attività commerciali e imprenditoriali, frutto di riciclaggio e reimpiego dei capitali illecitamente accumulati.   L’assetto del sodalizio, dicono gli inquirenti, era espressione delle direttive impartite da Giuseppe Farao ed era orientato a privilegiare lo sviluppo imprenditoriale della cosca, affidato ai figli e nipoti del patriarca e sviluppato attraverso il reperimento di nuovi e sempre più remunerativi canali di investimento economico: un’attività per la quale era necessaria la massima tranquillità, per cui l’ordine era quello di limitare il ricorso ad azioni violente ed evitare gli scontri interni che avrebbero potuto pregiudicare gli “affari”. Il controllo mafioso del territorio era stato demandato ad una serie di “reggenti”, fedelissimi del capo cosca.

C’era anche la produzione e la distribuzione del pane fra gli interessi della cosca “Farao-Marincola”. Un vero e proprio “racket” esercitato sui rivenditori delle zone del Crotonese dominate dalla cosca, costretti ad acquistare  il pane dai produttori indicati dai malavitosi.

Oltre agli arresti, eseguiti dai Carabinieri del Ros e da quelli del comando provinciale di Crotone in Calabria, Lombardia, Veneto, Emilia Romagna, Piemonte, Lazio, Toscana, Campania e in Germania, è stato notificato un decreto di sequestro preventivo di beni per un valore di circa 50 milioni di euro. Un’operazione complessa, eseguita contestualmente in Italia e Germania, grazie alla collaborazione di Eurojust che ha consentito il coordinamento tra la procura di Catanzaro e le procure di Kassel, Stoccarda, Monaco e Dusseldorf.

La cosca aveva infiltrato il tessuto economico e sociale dell’area cirotana mediante un radicale controllo degli apparati imprenditoriali, soprattutto nei settori della produzione e commercio di pane, della vendita del pescato, del vino e dei prodotti alimentari tipici, nonché nel settore della raccolta e riciclo sia di materie plastiche sia dei rifiuti. L’indagine è riuscita quindi a delineare il quadro complessivo degli interessi illeciti gestiti in ambito nazionale e estero dal sodalizio, verificando la disponibilità di ingenti risorse finanziariere impiegate in numerose iniziative imprenditoriali e commerciali nel Nord-italia e in Germania.

La cosca di ‘ndrangheta Farao-Marincola, grazie alla collusioni di alcuni amministratori pubblici, era riuscita ad infiltrarsi anche nell’accoglienza ai migranti. In particolare, secondo quanto emerso dall’operazione Stige, un immobile adibito a centro accoglienza profughi a Cirò Marina sarebbe stato riconducibile alla cosca.    La struttura era gestita da una serie di cooperative compiacenti, i cui rappresentanti, per l’accusa, fungevano da collegamento con gli enti pubblici per ottenere finanziamenti e autorizzazioni. Il sodalizio criminale otteneva così, sostanzialmente in esclusiva per le proprie ditte, la fornitura di beni e servizi ai migranti, accrescendo ulteriormente i propri introiti grazie anche al sistematico ricorso a fatturazioni gonfiate.

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