Le Spose della Jihad: almeno 10 sono italiane

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Prima Maria Giulia Sergio, la foreign fighters di Torre del Greco, che ora vive nel Califfato e si fa chiamare Fatima. Poi Alice Brignoli, la trentanovenne lombarda partita per la Siria con il marito marocchino Mohamed Koraichi. Oggi, la trentenne italiana di Brescia, di cui sappiamo solo le iniziali (P.S.) fermata nell’operazione antiterrorismo di questa mattina, mentre, con il marito tunisino, progettava di partire per i territori amministrati dallo Stato Islamico in Siria, è l’ultima delle aspiranti jihadiste italiane, pronte ad arruolarsi nelle file del Califfato in Siria ed in Iraq.
Una ragazza di “buona famiglia”, “ben inserita a livello sociale e imprenditoriale”, come la descrive il questore di Brescia, Vincenzo Ciarambino, che progettava, assieme al marito, l’acquisto di un’automobile di “grossa cilindrata” per raggiungere proprio la Siria, dove si sarebbe dovuta trasferire se non fossero intervenuti gli uomini delle forze dell’ordine. Alla donna, indagata per il reato di reclutamento con finalità di terrorismo, sono stati sequestrati i documenti validi per l’espatrio, mentre il marito tunisino, fermato contemporaneamente alla donna mentre era in questura per il rinnovo del permesso di soggiorno, verrà espulso dal territorio nazionale nel giro di poche ore, non appena, ha spiegato il questore di Brescia, verranno ultimate le pratiche amministrative per il rimpatrio, in accordo con il governo di Tunisi. Intanto, le forze dell’ordine stanno procedendo all’esame della mole di documenti informatici appartenenti alla coppia.
I due, che si erano uniti in matrimonio con rito islamico nel 2010, sono stati fermati nell’ambito di un’indagine sul monitoraggio di alcune giovani donne italiane potenzialmente vicine alla radicalizzazione. La donna, osservata e pedinata dalla polizia, aveva infatti iniziato ad indossare il niqab integrale. Usciva solo per incontrare il marito, che dall’inizio dell’anno non frequentava più la casa di famiglia, e con il quale comunicava tramite il suo profilo Facebook. Proprio dalle conversazioni dei due sul social network sono emersi continui riferimenti allo Stato Islamico, al Jihad e al martirio, che hanno spinto gli agenti ad intervenire.
Le indagini della polizia si sono concentrate, infatti, da poco meno di un anno proprio sui percorsi di radicalizzazione di giovani italiane convertitesi all’Islam dopo aver sposato uomini vicini alla causa jihadista. Se la trentenne aspirante foreign fighters arrestata a Brescia è stata fermata poco prima della sua partenza verso la Siria, sono invece almeno 10, secondo le fonti citate dall’Adnkronos, le jihadiste italiane residenti nei territori del Califfato. Le chiamano “Spose della Jihad”, ma le jihadiste che abbracciano la causa dell’Isis e lasciano le loro case per vivere nei territori controllati dal Califfo, preferiscono essere identificate con il sostantivo arabo muhajirat, che significa, appunto, “migranti” o “pellegrine”. Al mondo sono circa 2mila, prevalentemente europee e statunitensi, e formano il 10% dei foreign fighters occidentali.
In gran parte, secondo le stime citate dal Centro Studi Internazionali (CeSI), sono tunisine. In 700, infatti sono partite dalla Tunisia per la Siria e l’Iraq, e sarebbero centinaia, inoltre, anche le jihadiste tunisine presenti nella vicina Libia. Sarebbero circa 550, invece, le jihadiste occidentali partite per il Califfato. Il web e i social network rappresentano ancora una volta lo strumento privilegiato della propaganda e del reclutamento, anche nella sua versione “al femminile”. Come spiega un’inchiesta del Guardian sulle donne del Califfato, pubblicata lo scorso anno, infatti, il reclutamento inizia sui principali social, come Twitter e Ask.fm, e poi prosegue sulle applicazioni che dispongono di un sistema di messaggi criptati come Kik, Surespot e Telegram. Secondo il CeSI, esisterebbe un’intera sezione della propaganda del Califfato dedicata al reclutamento delle donne. La Zora Foundation, che opera da ottobre 2014, è gestita da donne che tramite diversi account sui principali social network, incitano le aspiranti jihadiste ad unirsi allo Stato Islamico, oltre che fornire consigli sulla vita pratica nel Califfato e su come diventare la “compagna perfetta” di un combattente dell’Isis. Una sezione “rosa” è presente, del resto anche nella rivista dell’Isis, Dabiq, come pure nei discorsi del Califfo al Baghdadi, che incita spesso le donne musulmane a compiere i propri doveri religiosi vivendo in conformità con la Shari’a.

Tra le motivazioni che spingono le donne a partire, oltre a quella strettamente ideologica, sottolinea ancora il CeSI, c’è anche la questione della marginalizzazione avvertita dalle neoconvertite nelle società occidentali, dove si sentono improvvisamente a disagio e limitate nell’esprimere e portare a compimento i propri doveri religiosi. La maggior parte raggiunge i territori del Califfato per divenire sposa di un combattente a cui è stata promessa, molto spesso, per via telematica. E ad invogliare le “Spose della Jihad” a partire per il Califfato ci sono anche motivi di ordine pratico. Lo Stato Islamico provvede infatti a sopperire mensilmente a tutte le necessità economiche delle mogli dei martiri o dei combattenti, come emerge dall’inchiesta del Guardian, sulle donne britanniche partite per i teatri operativi dell’Isis.
Ma le donne del Califfato non si occupano solo di essere mogli, madri ed educatrici di una nuova generazione di jihadisti. Sebbene non siano presenti unità femminili tra le brigate dei miliziani dello Stato Islamico, già lo scorso gennaio, un’altra inchiesta, stavolta di Radio France Info, sulla vita delle jihadiste francesi che vivono nella roccaforte del Califfato in Siria, aveva mostrato come a Raqqa fossero molte le donne impiegate in mansioni amministrative e nelle unità di controllo volte a vigilare sulla corretta applicazione della Shari’a. Si tratta della brigata al Khansaa, attiva nelle due roccaforti del Califfato, Raqqa e Mosul: una vera e propria polizia religiosa interamente al femminile, che si occupa di punire le donne che assumono comportamenti non conformi alla Shari’a e alle regole del Califfato.

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