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L’ESPERTO DI TERRORISMO DELLA LUISS: “SI STANNO PREPARANDO AL PRIMO ATTENTATO IN ITALIA”

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«Ho la sensazione che ci stiano preparando». Sottinteso: al primo attacco terroristico all’Italia. Germano Dottori ha scritto proprio così, su Twitter, dopo aver ascoltato le parole del premier Paolo Gentiloni all’indomani della strage di Barcellona alla Rambla. Docente di Studi strategici alla Luiss-Guido Carli, Dottori pensa che la sfida jihadista stia arrivando ad un punto di svolta che non promette niente di buono per il nostro Paese.

Cosa c’è stato di diverso, rispetto alle parole che pronuncia ogni capo di governo dopo un attacco jihadista, da spingerla al pessimismo?
«Due circostanze importanti. La prima: dal momento che la Spagna ha una postura internazionale molto simile alla nostra, specialmente nell’area mediorientale e nordafricana, alcuni convincimenti concernenti l’impostazione della nostra strategia contro-terroristica hanno iniziato a vacillare. Se davvero dietro gli attacchi ci fossero anche le ricadute del duello ingaggiato da sauditi e Qatar per la supremazia nella penisola arabica, alcune nostre scelte cesserebbero infatti di proteggerci».

La seconda circostanza?
«Le parole del nostro presidente del consiglio sono state accompagnate da un evidente incremento delle misure di prevenzione anti-terroristica. Ed è logico che sia così. Ciò naturalmente non vuol dire che saremo per forza attaccati».

L’Italia finora non è stata colpita. Fortuna, casualità, «lodo Moro» anni 2000 o cosa?
«Molti fattori, probabilmente. Finora ci ha protetto una politica contro-terroristica molto prudente: vi ricordate quando Matteo Renzi insisteva sul fatto che l’Italia non bombardasse a casaccio? A quello alludeva: operavamo dei distinguo. Inoltre, ho sempre avuto l’impressione che certe scelte riflettessero la volontà nostra di non provocare inutilmente gli Stati che in qualche modo pensavamo fossero più vicini allo Stato Islamico. Non posso escludere che non esista anche un Lodo Moro 2.0. Se ne parla sottovoce».

Non è surreale che l’Italia si interroghi perfino sull’adozione di ovvie misure minime, come ad esempio i blocchi di cemento anti-camion?
«Fino ad un certo punto, perché di irrigidimento in irrigidimento, rischiamo di cambiare il paesaggio delle nostre città, rendendole meno fruibili ai turisti, che per noi rappresentano una sorgente di reddito importante. Senza peraltro proteggerci davvero: perché i terroristi hanno dalla loro il vantaggio, spesso incolmabile, di poter scegliere tra un’infinità di bersagli.
Puoi blindare il Colosseo, il Vaticano o piazza Duomo a Milano. Ma poi ti colpiscono in un affollato centro commerciale, o su un treno per pendolari, oppure vanno a schiantare un pulmino contro una fermata dell’autobus, come in Israele. Queste misure servono soprattutto a rassicurare il pubblico: penso, ad esempio, allo schieramento dei soldati nelle metropolitane, dove non potrebbero mai aprire il fuoco senza fare una strage, ma comunque danno la sensazione che lo Stato c’è».

Barcellona. Di origine marocchina gran parte del commando; marocchino l’indottrinatore, l’imam di Ripoll Adbelbaki Es Satty. Cosa cambia sullo scacchiere della guerra al terrore?
«Fatico ad immaginare il Marocco come uno Stato sponsor del terrorismo. Dall’intelligence di quel Paese sono invece spesso giunti allarmi poi risultati fondati. È meglio guardare con attenzione a ciò che accade in Medio Oriente, anche se trovare una risposta perfetta è un esercizio impossibile».

Medio Oriente, ma dove?
«C’è chi crede che il terrorismo sia un fenomeno spontaneo. Io sono convinto del contrario: un movimento terroristico importante non può emergere né durare senza che sussista un contesto di riferimento che lo permette e lo alimenta. Ad un livello più alto, le organizzazioni terroristiche hanno leader con ambizioni e progetti. E, più su, ci sono quasi certamente degli Stati che vi investono, ritenendo il terrorismo uno strumento fra i tanti della loro azione politica».

A chi si riferisce?
«Dopo essersi riavvicinati alla Russia, i turchi si sono sfilati dallo Stato islamico, subendone le rappresaglie a casa propria. Tra sauditi e Qatar è invece lotta aperta, ora più che mai. E quindi non escludo che i simpatizzanti degli uni o dell’altro siano dietro gli ultimi attentati. Spero di sbagliarmi, ma è suggestivo che la sera di Barcellona il re saudita incontrasse in Marocco, dove sta trascorrendo le vacanze, un membro della famiglia al Thani noto per la sua rivalità con l’emiro che regna attualmente a Doha. Qualcuno può reagire a queste tensioni».

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Il Califfato è in rotta a livello militare: più territorio perde, più diventa pericoloso all’estero?
«Non ho mai creduto che lo Stato islamico possedesse una piena soggettività politica. Parte delle ragioni per cui è sorto sono tramontate. Ma ciò non vuol dire che il jihadismo sia morto. Se il Medio Oriente non ritroverà presto una sua stabilità, la battaglia proseguirà sotto altre forme. Con l’Europa tra i teatri di scontro, perché i terroristi cercheranno pubblicità qui e perché avranno bisogno di condizionare le scelte dei nostri governi».

L’Ue è in ritardo sia sull’adozione del Registro automatico sui movimenti dei passeggeri (Pnr), sia sulla banca dati. Bruxelles è il ventre molle del fronte anti-terrore?
«Stiamo attenti a non esagerare. I movimenti di chi colpisce sono rapidamente ricostruiti. Quindi i sospetti sono tracciati efficacemente. Ed aumenta anche la rapidità della reazione agli attentati. L’Ue ha tuttavia un grande problema, che negli Stati Uniti ha proporzioni inferiori: noi abbiamo molti milioni di musulmani, bersaglio naturale della propaganda radicale a distanza, cui spesso cedono persino giovani di estrazione cristiana, come si è visto in Francia».

La riforma della cittadinanza con l’introduzione dello ius soli può aumentare, in prospettiva, i rischi per l’Italia?
«Gli effetti della transizione al regime dello ius soli sono imprevedibili. In termini di minaccia terroristica jihadista, mi sembra che la cosa più importante da fare sia un’altra: controllare in modo sempre più rigoroso chi entra in Europa come richiedente asilo, con l’obiettivo di ridurne al minimo il numero, anche se non credo che il nostro ordinamento possa ammettere l’introduzione di filtri selettivi per nazionalità. È un’operazione che non riesce neppure a Trump. La concessione della cittadinanza incide, invece, sugli orientamenti futuri dell’ elettorato, alterandone la composizione».

In che modo?
«Penso che non avvantaggerà in nulla la causa progressista. Per due ragioni: intanto, perché tanto gli est europei quanto coloro che vengono dai Paesi musulmani, i più probabili beneficiari immediati della misura, sono di tendenze fortemente conservatrici. Non immagino un Islam italiano che sostiene il matrimonio gay, ad esempio, o i diritti delle donne. E poi perché vi sarebbe una reazione di rigetto molto forte da parte dell’ attuale corpo elettorale italiano, che premierebbe senza dubbio i partiti di centro-destra».

Libia: l’Italia ha sbagliato a puntare tutte le sue carte, pressoché unica tra i grandi Paesi occidentali, sul governo di al-Sarraj?
«L’Italia non è stata l’unico grande Paese a puntare su Sarraj. Lo hanno fatto gli Stati Uniti di Barack Obama e poi la Gran Bretagna, alleata storica della Fratellanza Musulmana. L’attuale premier del governo di accordo nazionale, che noi proteggiamo ancora, è giunto a Tripoli scortato da navi italiane e britanniche, non dimentichiamolo. Ma la situazione non è più la stessa».

Cosa è cambiato?
«A Washington ora c’è Trump, che non ha fatto mistero di vedere in Sisi un campione dell’ordine regionale e della causa anti-islamista, anche se ora lo sanziona, forse per soddisfare alcune pulsioni della stampa americana che lo attacca. Pensiamo alla foto di Riyadh, che raffigurava il presidente Usa, il sovrano saudita e il presidente egiziano con le loro mani su un globo luminoso. La situazione è questa. Il nostro governo è in ritardo nell’adeguarsi, mentre Macron è stato svelto. Dovremo inseguire. Nasce anche da questa necessità la scelta del governo di rimandare l’ ambasciatore al Cairo. I tempi sono cambiati».

Come valuta la gestione del caso Regeni da parte della Farnesina? L’ambasciatore ritirato e rinviato non è un autogol?
«No: è una conseguenza dei mutati rapporti di forza. L’assassinio di Regeni è stato un delitto politico di segnalazione, che ha colpito tanto il nostro Paese quanto la Gran Bretagna e gli Stati Uniti, la cui stampa non a caso segue con attenzione la vicenda, mentre ha ignorato la storia dei Marò».

Segnalazione da parte di chi?
«Al Cairo non erano contenti della nostra nuova politica libica, divenuta ostile a Tobruk. Al Sisi ce lo ha pure ricordato in un’ intervista: “Italiani, lasciate perdere la Libia!”. In un momento diverso, l’ Egitto ci aveva offerto alcuni capri espiatori di livello. Non ci è bastato, come se volessimo arrivare alla destituzione del presidente egiziano. Ora temo che dovremo accontentarci di molto meno. Sisi ha dietro Trump, che noi abbiamo snobbato».

Fonte: qui

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