LIBERO – Immigrazione, lo studio che ci condanna: quanti lavoratori perdono il posto ogni 100 immigrati in più

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di Michele Zaccardi – Libero

Gli argomenti economici a favore dell’ immigrazione si stanno sgretolando. La teoria neoclassica, per la quale vale l’ equazione immigrazione-crescita, non sembra reggere bene ad un confronto con i dati scientifici. Così almeno la pensa Robert Rowthorn, economista dell’ Università di Cambridge, che nel paper «The costs and benefits of large-scale immigration», analizza nel dettaglio l’ impatto dei flussi migratori nel Regno Unito sul mercato del lavoro. Secondo gli economisti standard un afflusso netto di immigrati, aumentando la quantità della forza lavoro, contribuisce alla riduzione dei prezzi e, quindi, dei salari. Dopo un certo periodo di tempo, l’ aumento dei profitti spinge le imprese ad investire in nuova capacità produttiva, accrescendo la domanda di lavoro e riportando i salari al livello iniziale, con un aumento di ricchezza per tutto il Paese. Questo approccio, però, non è coerente con la realtà.
I salari, infatti, sono rigidi verso il basso: è molto difficile fare accettare a un lavoratore una riduzione dello stipendio.
Inoltre, per alcune imprese è più conveniente assumere immigrati che residenti, dal momento che i primi non sono sindacalizzati e perciò disposti ad accettare compensi più bassi. Si determina così un effetto di sostituzione tra autoctoni e migranti. Effetto che riguarda soprattutto i lavoratori meno qualificati, che vengono espulsi dal mercato del lavoro nella classica guerra tra poveri. La riduzione dei salari a livello complessivo non è significativa. Almeno nel Regno Unito, che importa molti lavoratori qualificati che contribuiscono a migliorare il reddito medio. A differenza degli Stati Uniti, dove i salari sono più flessibili e la pressione al ribasso è più elevata, negli Stati europei le tensioni si scaricano principalmente sul tasso di occupazione delle popolazioni residenti, che si riduce a vantaggio degli immigrati. I benefici per gli autoctoni, sostenuti dalla teoria classica, si avrebbero soltanto in caso di forte crescita economica. Quando la crescita non c’ è, lo scenario cambia. Tra il primo trimestre del 2008 e il primo del 2010, in piena recessione, 700mila cittadini inglesi hanno perso il lavoro, mentre il numero di lavoratori stranieri è rimasto invariato.
Rowthorn cita uno studio che evidenzia come un incremento di un punto percentuale del rapporto tra numero di immigrati e popolazione locale determini un aumento del tasso di disoccupazione compreso tra lo 0,23 e lo 0,6%.
Mentre il Migration Advisory Committee stima che tra il 1995 e il 2010 nel Regno Unito, a ogni aumento di 100 immigrati provenienti da Paesi al di fuori dell’ Unione europea in età da lavoro, sia corrisposta una riduzione di 23 cittadini inglesi occupati. Fenomeno confermato anche dall’ Ocse, secondo cui un incremento dell’ occupazione di stranieri farebbe crescere la disoccupazione dei residenti per un periodo compreso tra i 5 e i 10 anni.
Insomma, se i costi nel breve periodo, in termini di riduzione dei salari e di aumento del tasso di disoccupazione, sono certi, i benefici nel lungo periodo dipendono dalla capacità degli stranieri di integrarsi nel mercato del lavoro, e dal loro livello retributivo.
Ma per assicurare una crescita economica sufficiente a far crescere l’ occupazione, è necessario un afflusso costante e massiccio di immigrati, fatto che di per sé impedisce il riequilibrio del mercato del lavoro. In altri termini, i nuovi posti di lavoro creati dall’ immigrazione saranno sempre troppo pochi rispetto al numero di disoccupati.

di Michele Zaccardi – Libero