L’immigrazione distrugge l’economia: uno studio di Cambridge smonta tutti i luoghi comuni

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Fanno i lavori che gli italiani (inglesi, francesi, tedeschi all’occorrenza) non vogliono più fare, pagano le nostre pensioni, contribuiscono alla crescita del Pil. Come faremmo se non ci fossero gli immigrati? Probabilmente faremmo meglio. É quanto dimostra una ricerca che smonta con rigore scientifico buona parte di quegli assunti – in genere presentati come verità rivelata e buoni per ogni occasione – relativi ai rapporti fra economia ed immigrazione.

Lo studio, realizzato da Robert Rowthorn, professore emerito di economia all’università di Cambridge, prende spunto dalla recente crisi migratoria per porsi la domanda: che contributo danno gli immigrati ai paesi di destinazione? L’analisi è condotta sui fondamentali dell’economia della Gran Bretagna, Paese che già da decenni sperimenta un’immigrazione di massa specialmente (ma non solo) dalle sue ex colonie. E i risultati sono tutt’altro che sorprendenti.

A partire anzitutto dalla vexata quaestio dei lavori di bassa manovalanza che gli autoctoni non farebbero più. Per quale motivo? Rowthorn ribalta la prospettiva: “Ci sono pochi lavori che gli autoctoni non farebbero se le condizioni sono accettabili e i salari sufficientemente alti”. Insomma, spiega il professore, “una delle ragioni per cui questi lavori non sono svolti dagli autoctoni è a causa dei bassi salari”. Nulla di nuovo, ma è sugli impatti sul mercato del lavoro che lo studio segnala non pochi problemi di sostenibilità: se l’immigrazione può infatti avere qualche effetto positivo in un contesto di economia in crescita – ma certamente non sulla componente dei salari: “i lavoratori non specializzati hanno subito riduzioni in busta paga dovute alla competizione degli immigrati”, visto che “l’immigrazione aumenta la disponibilità di manodopera e, dunque, incrementa la concorrenza sul mercato del lavoro. Come risultato, i salari crollano” – ciò è però vero solo nel caso di un afflusso di stranieri limitato nel tempo. Di certo non con l’arrivo di centinaia di migliaia di nuovi residenti ogni anno, la cui presenza rischia inoltre di amplificare gli effetti negativi qualora l’economia cada in recessione.

Spostando l’attenzione sul quadro macroeconomico, cambiando l’ordine dei fattori – come si suol dire – il risultato non cambia. È vero che il Pil può sperimentare una maggiore crescita (ma con un impatto fiscale, dunque per le casse dello Stato, che spesso e volentieri scivola in territorio negativo), “ammesso però che i nuovi lavoratori siano impiegati produttivamente”, ma allo stesso tempo “gli effetti sul Pil pro-capite sono marginali”, spiega ancora Rowthorn. Si crea dunque nuova ricchezza, certo, ma con effetti quasi nulli sulle finanze pubbliche e senza che questo valore aggiunto sperimenti una qualche forma di concreta redistribuzione. Il che, se ci pensiamo, è il principio alla base della floridità di un qualsiasi sistema economico.

Filippo Burla – Il Primato Nazionale