P oche, prudenti parole del procuratore di Trapani ed è partito il solito balletto politically correct: le Ong sono sotto accusa per aver compiuto un reato umanitario.

Reato umanitario, titolava in prima pagina Avvenire, di reato umanitario ha parlato Luigi Manconi sul Manifesto e un guru come Roberto Saviano, si è spinto oltre sulle colonne di Repubblica spiegando che in Italia «si sta configurando in questi mesi il reato umanitario». Una contraddizione in termini: rischiare la galera per aiutare il prossimo. Da vergognarsi.

In realtà, la favola deve fare i conti con gli atti dell’inchiesta. Non si è introdotto nulla di nuovo, ma più semplicemente il pm Franco Cartosio ha spiegato che il reato contestato, che non è ovviamente quello umanitario, fantomatico, ma quello assai meno nobile di favoreggiamento dell’immigrazione clandestina, sarebbe stato commesso «non per denaro», quanto più probabilmente, «per motivi umanitari».

Parole che ci stanno tutte nelle pieghe del diritto e dell’azione penale, concetti che sono stati messi in fila bilanciare, soppesare, comprendere le ragioni di quello che è accaduto e sta accadendo nel Mediterraneo. Ma l’Internazionale degli intellettuali, dei politici, dei terzomondisti orfani, da Roma a Berlino, dei vecchi miti, ha subito arpionato quell’affermazione come una medaglia da appuntare al petto di quei ragazzi teutonici coraggiosi e colmi di ideali, capaci in un colpo solo di sfidare i pericoli del mare e la sordità di un’Europa ripiegata sul proprio egoismo.

Le foto e le informative che ci arrivano dagli agenti infiltrati che hanno fatto il loro lavoro ci mostrano naturalmente un’altra verità, molto più prosaica e scivolosa: gli abboccamenti con gli scafisti, il trasbordo più che il salvataggio dei migranti, la riconsegna delle imbarcazioni ai trafficanti. Certo, ogni vita umana ha un valore incommensurabile, ma qui sembra, il condizionale è d’obbligo, che alcune Ong incrocino i barconi come si va a un appuntamento. Certo, non ci sono i cartoncini d’invito e non si beve una tazza di thé fumante in mezzo alle onde. Ma qualcosa non funziona e la procura di Trapani, anzi le procure siciliane stanno scavando.

loading...

Apriti cielo. Al posto dei fotogrammi si costruisce l’icona e il cosiddetto reato umanitario diventa un baluardo contro tutti i difetti, veri o presunti, dell’Italia, dell’Europa, dell’Occidente. Siamo al solito schema manicheo inzuppato in vecchie ideologie evergreen: i buoni contro i cattivi, il bianco e il nero, gli angeli e i demoni. Un capovolgimento che stordisce e confonde le carte e i ruoli.

Perché gli ideali, ammesso che lo siano e forse non è cosi per tutti come comincia ad affiorare da molti spifferi, non possono essere un salvacondotto, una sorta di immunità, di scudo per sfuggire al codice penale, alla legge e perfino al buonsenso. E chi pretende di riempire i mari con i mattoncini del buonismo affonda poi nei suoi stessi disastri: come sempre, la realtà fa piazza pulita di teorie e ragionamenti che possono avere cittadinanza in un convegno della gauche ma naufragano fuori dai circoli dei benpensanti.

Certo, L’Europa ha le sue responsabilità, terribili come i suoi silenzi, ma qui si deve affrontare un altro capitolo, insidioso, del disastro in atto: di aiuto in aiuto, di nave in nave, di volontario in volontario, siamo arrivati al punto di inginocchiarci davanti a criminali e trafficanti. Offrendo loro l’impunità su un piatto d’argento col risultato di moltiplicare le partenze dei disperati e di conseguenza le catastrofi che le accompagnano. Dobbiamo strappare il velo dell’ipocrisia: il reato umanitario delle Ong rischia di provocare altre croci, lutti e sventure che non ci possiamo più permettere.

Fonte: qui

loading...