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L’ISIS LE RAPISCE IL FIGLIO – Lo rivuoi? Convertiti

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La tragica storia di Ismail Mesinovic, un bambino bosniaco che abitava a Belluno ed è stato rapito dal padre e portato in Siria per combattere per l’Isis

“Perché tu non fai hidzra, perché non vieni qua nello Stato Islamico per vivere una vita come vuole Allah e vivere con tuo figlio…”.

questo è solo uno dei tanti terrificanti messaggi ricevuti su Facebook da Lidia Herrera, mamma del del piccolo Ismail Mesinovic rapito nel dicembre del 2013 dal padre, l’imbianchino Ismar Mesinovic, e portato in Siria, nell’Isis.

La donna che risiede in provincia di Belluno è disperata. Suo marito, come racconta il Corriere della Sera, è morto e suo figlio fino a poco tempo fa è stato cresciuro da Seid Colic, un mujaheddin del Califfato, indagato dalla procura di Belluno per il sequestro di Ismail. La procura, ora che è morto anche Colic, ha chiesto l’archiviazione dell’indagine ma dalle carte si può ricostruire la vicenda. Il 15 dicembre del 2013 Ismar Mesinovic aveva lasciato la sua casa di Longarone per arruolarsi nel Califfato, insieme al figlio di tre anni e all’amico Munifer Karamaleski, un macedone residente a Chies d’Alpago autore dei messaggi di Facebook.

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Ora, leggendo la relazione della Digos, si scopre che Colic aveva promesso all’amico Ismar Mesinovic di educare suo figlio “secondo la legge coranica dello Stato Islamico”, anche se, in realtà, l’aveva affidato alla moglie ventinovenne Mela Horic, e sua suocera Sabrija. A marzo dello scorso anno, una cugina di Ismar Mesinovic rivela che “sono scappati a Manbij (città siriana che fa parte del governatorato di Aleppo, ndr) perché i curdi vogliono attaccare Jarabulus” e, dunque, per le autorità italiane un recupero è impossibile. Le uniche notizie arrivano da Karamaleski, l’altro mujaheddin bellunese che il 26 marzo 2015 rassicurava la madre sulle sorti del figlio. “Ismail sta benissimo, alhamdulillah (sia lode ad Allah, ndr). È cresciuto, parla, gioca con i bambini e tutto bene. Non c’è niente di pericoloso”, scriveva prima di invitarla a unirsi a loro come hidzra. A questi messaggi Lidia risponde con le parole della disperazione. “Per favore, io sono sua madre, lui ha bisogno di me, senza Ismail io sono morta. Dimmi come sta, mi chiama, piange per me? È triste, è malato, è magro? Per favore, dimmi qualcosa, fammi avere una foto…”. Ma Karamaleski risponde crudelmente:“Nessuno ti può prendere tuo figlio, sei tu che non vuoi essere con lui. Perché non vieni a vivere qua con tuo figlio? Ismail non può venire lì, a vivere nel paese di kafiri (gli infedeli, ndr)”. A maggio, prima che il procuratore di Belluno decida di sospendere le ricerche del bimbo, arriva una nota della Direzione centrale della Polizia criminale che spiega come l’Autorità dello Stato Islamico, una sorta di tribunale dell’Isis, abbia deciso di togliere Ismail alla moglie e alla suocera del mujaheddin e di affidare “il minore alle cure di un’altra coppia proveniente dalla Bosnia, tali Bato e Emina (…) ma non è stato possibile stabilire la loro identità”.

Fonte: Il Giornale

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