L’Ue: “Integrare i foreign fighters”

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Quando si parla di terrorismo, raramente esistono notizie che siano univocamente definibili come buone. Il caso dello Stato Islamico è paradigmatico. Esso deve essere considerato nella sua duplice natura che, lungi dall’essere una mera ubiquità geografica, si estrinseca in una doppia dinamica in cui l’Occidente risulta sempre il perdente.

È ormai visibile a tutti l’ottimismo con cui si guarda al Califfato come un’entità prossima al collasso, tanto in Siria e Iraq, quanto nell’embrionale versione libica. Effettivamente, dopo anni di doppio gioco portato avanti dalla coalizione internazionale a guida statunitense che, con una mano “tirava” le bombe su Daʿish, con l’altra ne foraggiava l’attività, l’intervento russo e le prodezze delle milizie sciite libanesi e iraniane stanno intaccando radicalmente le fondamenta del redivivo califfato.

A conferma di questo indebolimento e della prossimità del definitivo abbattimento dell’Isis, ieri è arrivata la dichiarazione di Gilles De Kerchove, coordinatore europeo antiterrorismo, che fissava entro l’anno la sconfitta del califfo in Siria e Iraq. Lo statement, reso dinnanzi  al Comitato delle Regioni, organo consultivo dell’Ue preposto alla creazione di un raccordo decisionale tra il più alto ed il più basso livello governativo in Europa, non si ferma a questa buona notizia.

Con un realismo e una pragmatismo degni del primo ministro francese Valls, che sempre valuta lucidamente e senza falso ottimismo la situazione dell’Europa, il coordinatore ha continuato mettendo in guardia sul rischio più grande che accompagnerebbe la deflagrazione della struttura dell’Isis.

L’implosione rischia infatti di diventare un’esplosione che proietterà detriti e schegge impazzite in tutto l’Occidente. Come già è accaduto dopo la jihad afghana in epoca sovietica, i mujaheddin non smettono mai di combattere. Quando la lotta sembra finire, si ritorna in patria. E lì la si riprende. La vera minaccia per l’Europa è riaccogliere nel proprio materno seno tutte quelle migliaia di foreign fighters che l’hanno lasciata per combattere al fianco di al-Baghdadi.

Ma è proprio qui che l’analisi di De Kerchove perde in lucidità e realismo. La ricetta proposta dal coordinatore per risolvere il problema sarebbe quella di andare incontro ai terroristi e provare a reintegrarli piuttosto che arrestarli. Premesso che un tale ragionamento non soltanto risulterebbe contro il comune buonsenso, ma anche contro il diritto riconosciuto, secondo il quale, per la gravità dei crimini commessi in Siria e Iraq, quantomeno andrebbero aperte istruttorie per accertare i fatti, ancora una volta non ci si sofferma sull’eziologia necessaria per comprendere il terrorismo dei nostri giorni.

Spesso si sente affermare, rivangando teorie cripto-marxiste sulla dis-integrazione sociale, che i foreign fighters che hanno operato all’estero e i terroristi dei suoli nostrani  sarebbero spinti dalla ricerca di un ruolo, dalla possibilità di emergere da situazioni economiche disastrate e da quella di rivalersi su una società che non li ha accettati. Questo è parzialmente vero, anzi, è più falso che vero.

L’islamismo radicale, già dalle prime ondate negli anni Settanta, da sempre fa presa sul ceto medio – borghese. Il vero problema è proprio l’integrazione. Se si cerca il termine sul vocabolario, subito ci si rende conto che si utilizza accompagnato da “in + qlc”, cioè, per esserci integrazione, deve esserci qualcosa in cui essere integrati. Il vero problema è il nichilismo assoluto Occidentale, il vuoto assiologico e teleologico che viene inculcato nei giovani. Si pensi ad un immigrato di seconda generazione. Cresciuto da genitori che hanno lavorato onestamente, e magari hanno tentato di passargli un minimo di fede islamica che a loro volta avevano ricevuto. Si pensi a questo ragazzino che entra nel mondo della scuola, conosce le prime ragazze, fa le prime esperienze con la droga, con l’alcool. E non serve vivere nelle banlieue, si può sperimentare tutto questo anche nei migliori licei parigini. Questo ragazzo vive dell’unica cosa che l’Occidente gli offre: il proprio vuoto. Cerca di fare un po’ di soldi. Magari i suoi fratelli lavorano presso il comune in cui è nato. Magari trova anche lavoro. Ma non è soddisfatto. Capisce che la propria vita non può ridursi a gonfiare il portafoglio, a fumare spinelli, e a girarsi mille ragazze. Un giorno sente parlare dai media francesi di un tiranno che massacra i civili in Siria. Si ricorda di essere figlio di Maometto. Tutto questo gli da uno scopo, un fine. Vomita l’Occidente. Ne prova odio. Apostata il nichilismo occidentale e, così facendo, abbraccia quello del terrorismo islamico. E spara. Il vero problema è la falsa ermeneutica che l’Occidente fornisce a tutto questo. Non comprende che questi terroristi sono figli allattati al proprio seno con il latte del nulla. Pensa solo al fatto che dovrebbe dargli più soldi. Perché quella è l’unica causa che può muovere l’uomo. Bisogna integrare, dare un lavoro, dare soldi. E con questo ragionamento perde la cifra caratteristica del terrorismo, specie quello di matrice islamica. In esso il mondo sublima in una dimensione trascendentale. Gli adepti del califfo, prezzolati con i petrodollari ottenuti dai turchi, non hanno paura di lasciare lo stipendio da duemila dollari se, per uccidere un manipolo di soldati governativi siriani, debbono farsi saltare in aria.

Il vero problema, la questione più profonda, è che sono trent’anni che in Europa proviamo ad integrare gli immigrati ma, già da tempo, non abbiamo più nulla in cui integrarli.

Fonte: Occhi della Guerra