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L’Ue odia l’Italia: aperta procedura d’infrazione sul caso Ilva

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Roma, 25 dic – Dopo la disputa sul salvataggio delle banche, l’austerità, lo sguardo voltato dall’altra parte durante l’emergenza immigrazione, l’Unione Europea non manca di far sentire la sua voce anche sulla manifattura nazionale. Oggetto del contendere è, a questo giro, il piano di sostegno all’Ilva, il grande siderurgico di Taranto alle prese da anni con difficoltà finanziarie ed operative legate alle inchieste, i sequestri e il rispetto delle prescrizioni ambientali.

L’Unione Europa ha infatti ufficialmente aperto una procedura di infrazione contro il governo italiano, reo secondo Bruxelles di aver gravato sul contribuente nel caso dei finanziamenti accordati all’Ilva. L’accusa è sempre la solita: aiuti di Stato che avrebbero offerto all’Ilva un indebito vantaggio nei confronti della concorrenza. Come sia possibile, la Commissione per ora non lo spiega: Ilva è, nonostante l’intervento pubblico, più in crisi che mai, essendo la sua produzione crollata a 4-5 milioni di tonnellate di acciaio l’anno rispetto ad un potenziale superiore alle 10. D’altronde, il siderurgico è impegnato in un lunghissimo iter che prevede, come prima cosa, di dare attuazione alle prescrizioni contenute nell’autorizzazione integrata ambientale. E non si tratta di spese di piccolo calibro, dato che è stato richiesto allo scopo anche lo sblocco dei miliardi dei Riva parcheggiati in Svizzera. Lo sblocco non è però stato concesso, costringendo così lo Stato a dover fare da sé per risanare contemporaneamente ambiente e sito produttivo.

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Proprio su questo punto verte la difesa italiana. Secondo il governo l’intervento pubblico non solo è concesso ma sarebbe addirittura previsto nei casi gravi appunto come quello dell’Ilva. Qualora la procedura di infrazione dovesse invece avere esito negativo per l’Italia, Ilva sarebbe costretta a restituire quanto percepito. Trovandosi così nella condizione di non poter pagare – oltre a molti fornitori – più nemmeno gli stipendi, che sino ad oggi sono stati (pur a fatica) garantiti. Con il rischio, sempre più concreto, che la più grande acciaieria d’Italia possa chiudere i battenti ancora prima di aver completato il percorso di ristrutturazione.

Da Palazzo Chigi promettono battaglia. “Noi siamo sicuri di aver fatto tutto quello che si dovesse fare per salvare la principale azienda siderurgica del Paese”, ha detto il ministro delle Infrastrutture Graziano Del Rio. Renzi per il momento non commenta, scegliendo una linea di più basso profilo dopo lo scontro frontale con la Merkel. Ma è pur sempre lo stesso premier che meno di due mesi fa non esitò a rimarcare – con il piglio da primo della classe – che “Noi rispettiamo le regole anche quando non le condividiamo perché pensiamo che sia il primo modo di essere credibili”. Se dovessimo rimanere senza più produzione di acciaio nazionale, sapremo chi ringraziare.

Filippo Burla

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