Il Sud con Salvini

Merkel premiata da Time per trattare i siriani come bestie

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Da Bielefeld (Germania)

Ricordate la bambina mediorientale che Angela Merkel fece piangere in mondovisione? Era luglio e il Cancelliere spiegò pacatamente alla piccola che la Germania non era in grado di accogliere tutti gli immigrati del mondo.

Parole di buon senso, tanto scontate da essere quasi banali, che vennero poi spazzate via da quella frase sull’ “accoglienza senza limiti” pronuncita ad agosto nel bel mezzo dell’emergenza siriana, facendo infuriare un numero enorme di tedeschi.

Solo ora Frau Merkel si accorge che l’accoglienza illimitata è un’utopia pericolosa, ma nel frattempo il danno è fatto. E il danno si può ben vedere a Bielefeld, un’anonima città di trecentomila abitanti che giace sui pendii della foresta di Teutoburgo. Siamo giunti fino a qui per tenere fede a una promessa fatta ai lettori: quella di reincontrare i profughi conosciuti quest’estate nel corso del reportage “Sulle tracce dei migranti”, svolto viaggiando con la marea umana in movimento dalla Turchia alla Germania.

La Germania buon samaritano d’Europa?
Troppo spesso, infatti, si parla di immigrazione dimenticando che le sfide maggiori non si giocano durante il viaggio, pur ricco di momenti drammatici, o nei momenti dell’arrivo, ma durante le fasi altrettanto difficoltose dell’accoglienza. Per mesi la Germania è stata dipinta come il buon samaritano d’Europa, il Paese generoso che si chinava verso i più sfortunati dall’alto della propria potenza per tendere loro una mano misericordiosa.

Chissà che direbbe Hani, ex professore di inglese siriano, di fronte a questa visione idilliaca: da quattro mesi vive in una vecchia scuola di Bielefeld in attesa di documenti che non arrivano. Lo avevamo incontrato nei boschi dell’Ungheria; con lui avevamo valicato di nascosto il muro di Orban. Ci ha contattati per denunciare il fallimento delle politiche di accoglienza di uno Stato che era visto come l’Eldorado e si è rivelato un mezzo inferno.

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Rispondendo al suo appello, siamo andati a visitarlo: insieme ad altri 120 richiedenti asilo Hani vive in grandi cameroni dove le persone sono stipate all’inverosimile. Materassi buttati per terra, le docce in un container in mezzo al cortile, i vestiti ammucchiati sul pavimento per mancanza di qualsiasi mobilio. E non si tratta di una situazione d’emergenza: queste persone si trovano qui da mesi.

La Croce rossa tedesca si rifiuta di ammettere i giornalisti ed il motivo è chiaro: le condizioni sono indecenti. Hani è talmente frustrato da dirsi disposto a tornare in Turchia se non gli vengono consegnati i documenti: “Se i miei documenti tardano ancora io torno a Istanbul dalla mia famiglia”, ci confida furibondo.

Chi ha troppo e chi ha troppo poco
Non tutti i profughi, per fortuna, si trovano nel limbo in cui è costretto Hani. Sulla costa tedesca del Mar Baltico, a Stralsund, abbiamo incontrato Abdulfattah, l’ingegnere siriano di Qamishli che in settembre avevamo seguito nell’avventurosa traversata dell’Egeo dalla Turchia alla Grecia. Ben istruito sui Lander migliori per richiedere asilo, Abdulfattah ha viaggiato fin quasi in Polonia per essere sicuro di trovare una sistemazione dignitosa.

Ora vive in un residence dove gli è stata assegnata una stanza da tre persone con bagno annesso, frequenta un corso di tedesco e riceve dal governo 325 euro al giorno. Certo, le prospettive di una reale integrazione sono scarse e viene da domandarsi come possa un uomo siriano di quarant’anni rifarsi una vita, insieme a centinaia di migliaia di compatrioti, nelle gelide lande tra Stettino ed Amburgo.

Dopo mesi di polemiche interne, l’altroieri la Cancelliera ha annunciato la “drastica diminuzione” del numero di rifugiati che verranno ammessi in Germania. Nessun tetto, ha chiosato però la Merkel, raccogliendo un’ovazione da parte dei delegati dei delegati Cdu convenuti a Karlsruhe.

Nel frattempo, però, il Paese deve confrontarsi con le centinaia di migliaia di richiedenti asilo che si sono installati nei suoi confini; con la pressione sempre maggiore dell’opinione pubblica esasperata dalle tensioni sociali crescenti; con la bimba palestinese scoppiata in lacrime che ora, forse, avrebbe un nuovo motivo per piangere.

Se parlasse con Hani si convincerebbe che nella Terra promessa non si parla certo tedesco.

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