MIRACOLO ORBÁN: CON LA FLAT TAX, BOOM ECONOMICO E DISOCCUPAZIONE QUASI ANNULLATA

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La mancanza di lavoro è un problema cronico per molti paesi tra i quali l’Italia, dove migliaia di giovani e meno giovani, sono costretti a fare le valigie per cercare fortuna all’estero. Non tutti i Paesi hanno però questo tipo di problemi, anzi alcuni hanno quello esattamente opposto. Basta fare un giro a Budapest per rendersi conto che nella maggior parte delle attività commerciali sulla porta d’ingresso c’è affisso un cartello con la scritta “cerchiamo dipendenti”. Viktor Orbán, una decina d’anni fa, aveva ereditato un Paese allo sfascio, con un’economia distrutta da decenni di socialismo. In un paio di legislature, abbassando la pressione fiscale e semplificando le tasse accorpandole in una sola, uguale per tutti (la flat tax, esattamente quella che da noi propone Matteo Salvini) è riuscito in un vero e proprio miracolo.

In Ungheria, oramai da diversi anni, ci si trova a vivere con il problema, anche questo molto serio, della mancanza di lavoratori. Certo sono problemi differenti tanto che il sottosegretario ungherese János Lázár ha dichiarato che il problema della carenza di lavoratori è comunque un problema migliore. Ma per l’Ungheria non è stato sempre così: nel 2010, quando andò al governo Viktor Orbán, la disoccupazione era al 11,3% mentre oggi, ufficialmente, è scesa al 4,1%. Questo crollo è conseguenza della politica economica di Fidesz e del favorevole ciclo di crescita economica che ha riguardato, e sta riguardando, tutta l’Europa centrale. Negli ultimi otto anni la tassazione sul profitto è stata ripetutamente tagliata favorendo gli investitori stranieri che hanno creato numerosi posti di lavoro, soprattutto a Budapest.

Ad esaltare le prestazioni economiche del Paese sono stati differenti fattori, tra i quali anche l’exploit delle costruzioni (dai complessi residenziali a quelli sportivi), la crescita sostenuta del turismo e quella del settore automobilistico. Crescita economica che ha prodotto un numero di posti di lavoro superiore alle capacità della società ungherese. Come compensare la necessità di forza lavoro? Certo, in parte coi “migranti” ma non certo quelli che invadono le coste italiane: qui gli stranieri provengono dall’Europa occidentale o meridionale e costituiscono una fetta importante dei dipendenti. Le campagne governative per chiamare lavoratori, soprattutto operai, dall’Ucraina hanno avuto successo. I flussi migratori verso l’Ungheria escludono, per chiara volontà del governo, i paesi arabi o africani.

Nonostante questo afflusso rimane scottante però il problema della carenza di lavoratori. Ad ottobre una compagnia edile che aveva già progettato un complesso residenziale e venduto gli appartamenti ha dovuto rimborsare i clienti e chiudere il progetto a causa di “mancanza di forza lavoro per la costruzione“. Alcune aziende lasciano il paese per mancanza di figure professionali. Numerosi lavoratori sono costretti agli straordinari per mantenere i servizi, spesso pubblici. Basti pensare che laBKK (Azienda dei trasporti di Budapest) per mantenere il servizio (mancano 250-300 autisti) non solo aveva lanciato una grande campagna per cercare nuovi autisti, ma sta pensando addirittura di mettere al volante dei mezzi gli stessi impiegati della compagnia, sottraendoli ai lavori d’ufficio e mettendoli alla guida dei mezzi.

Quale soluzione ha quindi trovato il governo magiaro? Quella di incentivare in ogni modo le giovani coppie ungheresi a sposarsi e fare figli. Se i novelli sposi si impegnano, sottoscrivendo un contratto ufficiale con lo Stato, a fare almeno tre figli nel corso dei primi tre anni di matrimoni, lo Stato ripaga in toto l’abitazione della coppia, che deve essere di almeno 100 metri quadrati per garantire il benessere dei figli. Allo stesso modo, se una coppia ha il primo figlio il marito può chiedere fino a tre mesi di paternità e la moglie fino a tre anni, ovviamente pagati; idem per il secondo figlio. Dal terzo figlio in poi, la moglie può decidere di rimanere a casa fino all’età della pensione, stipendiata dallo Stato per fare la mamma, esattamente come se facesse un qualsiasi altro lavoro, regolarmente retribuito.

Questa grande offerta di lavoro ha altre conseguenza positive: non è un segreto che nell’ultimo anno gli stipendi siano aumenti in maniera costante, recuperando potere d’acquisto (l’aumento medio è stato del 13,1%). Certo si partiva da un livello molto basso, ma nel luglio del 2017 lo stipendio medio è arrivato a circa 200mila fiorini (quasi 700 euro). Nella capitale questa cifra è più alta e ormai in numerose compagnie i lavoratori godono di un maggior potere di contrattazione, proprio grazie alla mancanza di manodopera. Non è un caso se negli ultimi anni è aumentato esponenzialmente l’utilizzo delle giornate di malattia da parte dei dipendenti: è difficile infatti essere puniti o licenziati per eventi simili con questa carenza di lavoratori, rappresenta una buona occasione per riequilibrare stipendi e diritti.

La politica di Orbán è rivolta in primo luogo a richiamare in patria gli ungheresi che risiedono all’estero, che si sono trasferiti o che fanno parte di minoranze storiche. In secondo luogo il premier si è sempre detto disponibile ad accogliere manodopera dai paesi occidentali o comunque cristiani, come dimostra anche il caso dell’Ucraina. Negli ultimi mesi inoltre sono stati promossi interventi legislativi atti a richiamare al lavoro i pensionati tramite incentivi fiscali. Infine per il governo un elemento fondamentale dello sviluppo economico ungherese deve’essere la crescita dei tassi di natalità. Insomma, nonostante lo sviluppo della robotica, sembra ancora lontana la possibilità che vengano utilizzati i robot per coprire i lavoratori mancanti, anche se a Szolnok uno di questi fa il portavoce della polizia.

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