Il Sud con Salvini

I musulmani curino il cancro che li divora

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Dopo Istanbul, ora Dacca. Siamo allo scontro di civiltà. Chi non sa il Corano viene sacrificato come un animale impuro

La tortura per identificare gli infedeli, i non islamici, i cristiani e quando capita, come nel caso dei giapponesi i pagani. Chi non sa il Corano viene sacrificato come un animale impuro.

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Risultato: Italiani=cristiani=morte. Dopo Istanbul ora Dacca! In realtà, casa nostra. Istanbul e Dacca sono metropoli islamiche, entrambe hanno circa 15 milioni di abitanti. La prima ai confini con l’Europa, anzi già Europa. La seconda è Asia monsonica. Ma queste città sono parenti di Bruxelles, Parigi: occidentali, laicissime. Hanno una cosa in comune: segnalano la presenza di un esercito che sta combattendo una guerra mondiale che ormai non si può proprio più dire a pezzi. Il Califfato ha una presenza capillare in tutto il globo, che è un piccolo villaggio. E dire che ci avevano appena detto che lo Stato Islamico era in ritirata. L’annuncio poche ore prima di 250 guerriglieri dell’Isis fatti fuori dai droni americani in Iraq somiglia sempre di più ai bollettini di vittoria dei marines in Vietnam. Poi si è visto com’è finita. È vero: il Daesh, nome arabo dello Stato Islamico, sta subendo pesanti sconfitte, l’avanzata che pareva inarrestabile, quanto a conquista del territorio in Asia Minore e in Libia, si sta trasformando in una Caporetto. Ma non significa affatto resa, bensì ritirata strategica, che coincide con lo spostamento delle risorse e delle energie distruttive fuori dai confini. Con due scopi: uno militare, demoralizzando chi pensava fosse almeno l’inizio della fine della Jihad e scopre invece che è solo la fine dell’inizio; e uno propagandistico, consistente nell’attirare con successi orribili nuovi seguaci e catturare il tifo di fasce larghissime di giovani islamici di ogni parte del mondo. Dobbiamo renderci conto che la guerra scatenata dal Daesh nuota senza trovare ostacoli nella moltitudine di un miliardo e seicento milioni di fedeli del Profeta. Fin qui, nulla di nuovo. Ma c’è un secondo mare in cui nuotano. Quello dell’altro miliardo che vive nell’ateismo pratico e relativista, nella nullificazione del valore del proprio io e di quello del prossimo: parlo di noi. Una constatazione, riguardo a «loro». Non c’è nessuno, dentro quel mondo che proclama «Allah akbar», che paia in grado di fermare questa massa cancerosa che si riferisce a Dio e onora il Diavolo. I ragazzi che frequentano moschee e internet e si preparano a incontrare settanta vergini, non hanno davanti a sé alcun autentico leader musulmano pacificatore che abbia un fascino anche lontanamente paragonabile a quello di Osama Bin Laden, eletto a mito che veglia dall’aldilà sui kamikaze, e quello vivente di Abu Bakr al Baghdadi. Uno, datemene uno, che sia noto nelle periferie di Bruxelles e nelle moschee di Milano, che sia stato disegnato sulla maglietta, e mi ritirerò dandomi torto. Perché? Due ragioni. Una attiene alla natura dell’islam. Erdogan urla: «Non sono veri islamici». Se è lui l’alternativa, stiamo freschi. Chi lo ascolta? Nessuno. Oltretutto non è certo uno che ami la libertà. L’altra riguarda la natura vile dell’Occidente. Preferisce l’appaisement (termine colto per dire inciucio) con i duri, che la valorizzazione delle menti riformiste. Esempi. In Italia, chi c’è? Se c’è, se ne sta coperto, e dorme, prima che lo uccidano. Chi ha osato, come Souad Sbai, vive sotto scorta. Abbiamo visto che per quieto vivere Giuseppe Sala, sindaco di Milano, preferisce flirtare con gli estremisti emarginando e trattando come una mentitrice, consegnando certo involontariamente a un rischio mortale, chi come Maryan Ismail, italiana di una grande famiglia pacifista somala, che ha pagato già con la vita questo suo credo, il pericolo insito in certe moschee milanesi vellicate dai compagni. Che fare? La domanda si deve intrecciare con un altra: chi siamo, chi vogliamo essere? Di certo, più che mai, occorre una grande alleanza delle potenze politiche e militari contro il totalitarismo assassino, ma anche e soprattutto occorre una fraternità ecumenica di tutte le famiglie ideali e spirituali capaci di mitezza e forza cattolici, laici, ebrei, islamici ribelli che abbiano a cuore la verità dell’essere uomini. Ma oggi se i terroristi islamici fanno coincidere la missione della loro vita con l’assassinio per affermare e allargare la «Casa dell’Islam», quanti sono (anzi siamo!) disponibili a dare la vita per un ideale che somigli non al me-ne-frego ma non dirò all’amore ma almeno alla benevolenza? Prepariamoci ad altri sacrifici cruenti. Senza terrore, ma provando a guardare e a seguire chi tiene alta la fiaccola di qualcosa di più bello e più forte della resa al male. Ci sono tanti sconosciuti che ci insegnano questa capacità di donazione, di affetto gratuito. Ma siamo così ciechi, così occupati a pettinarci e a sistemare il televisore per la partita, a ricordare la password, che per forza dimentichiamo qualcosa di essenziale. O no?

Renato Farina – Il Giornale

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