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Nuove minacce contro Roma. Ecco la pista che allarma gli 007

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Dopo Nizza sul web altri appelli a “conquistare Roma”. Tracce inquietanti nei telefonini dei jihadisti arrestati

Il Circo Massimo, il Colosseo. Sabato sera, mentre un dispositivo di sicurezza senza precedenti circondava il concerto di Bruce Springsteen a Roma, i vertici del Viminale avevano in mente un ricordo recente: il cellulare sequestrato appena due mesi fa a un ragazzotto afghano di 23 anni, Hakim Nasiri, catturato nel Cara, il centro per richiedenti asilo, di Bari.

Nasiri non era un profugo in cerca di salvezza, anche se il 5 maggio gli era stato riconosciuto lo status di «protezione sussidiaria». Nasiri era un terrorista. E nel suo telefonino, insieme a crude immagini di esercitazioni col mitra, erano documentati sopralluoghi meticolosi su una serie di obiettivi possibili. L’aeroporto di Bari, un centro commerciale a Londra. E poi i due monumenti simbolo della Capitale: Colosseo e Circo Massimo, appunto. Fotografie che non avevano nulla del souvenir turistico. Foto di bersagli.

Il valore simbolico che Roma ha per il terrorismo islamico basterebbe a considerarla obiettivo a rischio. Ma se in queste ore è sulla Capitale che si concentrano le preoccupazioni maggiori degli apparati di sicurezza è per un motivo più preciso. Con regolarità impressionante, ogni volta che vengono individuate cellule attive sul nostro territorio, Roma figura al primo posto tra i bersagli. Era così per l’afghano Nasiri. Ed era lo stesso per Raim Moutaharrik, il campione di kickboxing arrestato in aprile su richiesta della Procura di Milano: sul suo telefonino arrivavano i messaggi Whatsapp di Mohamed Koraici, amico fraterno passato a combattere in Siria nelle file dell’Isis, con le indicazioni operative. «Colpisci Roma, sede del pellegrinaggio dei cristiani», gli dicevano. E lo stesso vale per il giovane imam arrestato in marzo a Campobasso: «La guerra continua – scriveva – Charlie Hebdo era solo il precedente di quello che sta succedendo adesso () c’è una strada più semplice, quella di attrezzarsi e farsi saltare in aria () cominciamo dall’Italia, andiamo a Roma e cominciamo dalla stazione». E a colpire il Vaticano si preparava la cellula di Siyar Khan, il 36enne somalo arrestato l’anno scorso a Fiumicino, accusato di avere preso parte all’organizzazione di una strage a Peshawar nel 2009.

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Colpire Roma è un chiodo fisso, quasi un’ossessione, per i seguaci italiani dell’Isis. E questo rende dannatamente complicato il lavoro delle forze di polizia. Perché non si tratta di individuare i soggetti a rischio nella comunità islamica della Capitale, che pure esistono e che sono in larga parte conosciuti e tenuti d’occhio. Si tratta di fronteggiare un rischio ben meno controllabile, la calata su Roma di cellule presenti in altre parti del paese, cellule singole, cani sciolti, facce anonime nascoste nella provincia italiana che al momento di colpire però hanno Roma al primo posto della loro agenda. Roma con i suoi innumerevoli obiettivi a rischio, quasi impossibili da proteggere uno per uno. Il singolo grande evento, come il concerto di Springsteen, si può in qualche modo mettere in sicurezza. Ma è la quotidianità che è difficile da proteggere. Gli stessi servizi non nascondono le loro preoccupazioni, il capo dell’Aisi Esposito, ha da tempo sul suo tavolo i video di propaganda jihadisti dove le immagini della Capitale si ripetono in continuazione. E non è un segnale che possa fare dormire sonni tranquilli.

Anche negli ultimi giorni, nelle loro pagine sui social network i fiancheggiatori della jihad lanciano slogan bellicosi che hanno tra i loro obiettivi ricorrenti la Città Eterna. È un magma di proclami e di minacce in cui per gli analisti della nostra intelligence è spesso difficile distinguere le chiacchiere dai pericoli concreti e dalle tracce organizzative. Ma anche questo, in fondo, può fare parte della strategia dell’Isis: creare un «rumore di fondo» dove cogliere gli allarmi veri risulti impossibile.

Fonte: Il Giornale

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