Ora gli antagonisti schedano gli agenti: foto e informazioni sui poliziotti

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“Se lo conosci, compila il formulario qui sopra”. E ancora: “La polizia politica basa la sua forza anche sul fatto che i suoi agenti, infiltrati, spie e collaboratori, non sono conosciuti alle masse popolari.

Farli conoscere è un modo pratico per rendere il loro sporco lavoro, se non impossibile, almeno difficile. Facciamo circolare le loro foto e i loro dati”. Uno schedario, come non se ne vedevano forse dagli anni ’70, contro poliziotti, questori, carabinieri e forze dell’ordine in generale. Non cartaceo, ma virtuale e nascosto nei meandri bui del deep web.

Torna alla ribalta la pagina “Caccia allo sbirro” creata qualche mese fa e inutilmente oscurata dalla postale, con tanto di circolare del ministero per allertare i servitori dello Stato. L’obiettivo dei rivoluzionari da tastiera è chiaro: individuare, schedare e classificare gli uomini in divisa così da esporre al pubblico ludibrio, e chissà a raid punitivi mirati, gli agenti che “imperversano contro le masse popolari”. Per inviare foto e contributi si deve usare Tor, un modo per evitare di essere rintracciati. “Completa le foto già messe sul sito con i dati anagrafici, il ruolo, la zona operativa e l’indirizzo degli sbirri e dei loro servitori”, chiedono gli autori.

I toni sono da anni di piombo, non c’è che dire. Dietro la pagina web si nasconderebbero ambienti antagonisti. Le serie fotografiche già presenti riguardano poliziotti di Milano, Bergamo, Napoli, Bologna, San Giuliano Terme, Roma e Messina. Tutti scatti ricavati da video o foto realizzate durante manifestazioni che risalgono anche al 2009. Al momento l’unico ad essere indicato con nome e cognome è un ex dirigente della Questura partenopea e, secondo il Mattino, sarebbe riconoscibile un ispettore della Digos ancora operativo alle pendici del Vesuvio, immortalato durante una manifestazione dei centri sociali di qualche anno fa. Inutile sottolineare quanto possa essere pericolosa questa sorta di “wanted” informatico.

“Schiavo del regime” e “spia”, così viene definito A. S., oggi a Reggio Emilia dopo una parentesi a Ferrara. Lo “sbirro che difende i fasci” finisce con nome e cognome nel calderone, con tanto di foto (sbagliata) e la richiesta di fornire ogni indicazione possibile per rintracciarlo: notizie su zona operativa, abitazione e su “corpo, unità, grado”.

Non si tratta di un film, ma la realtà di un mondo che odia a tal punto le forze dell’ordine da trasformarne ogni componente in un obiettivo perché “nemico del popolo”. “Denunciamo le azioni di controllo, intimidazione e infiltrazione degli sbirri e dei loro collaboratori nei partiti e nelle iniziative dei comunisti degli antifascisti, degli antimperialisti e negli organismi delle masse popolari”, scrivono nel delirante messaggio gli autori del dossier. “Cacciamo gli infiltrati, gli spioni e i collaboratori della polizia politica e delle agenzie private. Denuncia anche tu i servi del regime”. Poi la minaccia finale: “Rendiamo il loro lavoro sempre più difficile e sempre meno allettante per coloro che non sono ancora stati assoldati dalla borghesia imperialista”. Un inno alla violenza.

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