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Ora i padri rubano il lavoro ai figli: quello che il Governo non dice sulla disoccupazione

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Rieccoci di nuovo qui, a questa fine 2015 a discutere sui dati dell’occupazione. E se dicembre è un buon mese per ripetere tutto quello di buono – e di brutto – che è stato fatto durante l’anno, allora forse è il caso di ripetere ancora una volta quello che succede in Italia sui dati dell’occupazione. E cioè del loro utilizzo da parte del governo a scopo puramente propagandistico.

“Cala la disoccupazione”, vedrete scritto sui giornali e nei titoli dei telegiornali in questi giorni. Già, perché gli ultimi dati dell’Istat segnalano questo: il tasso di disoccupazione a ottobre è calato all’11.5% dal dato dell’11.6% di settembre. È il dato minimo registrato dal 2012. E su Twitter e Facebook non mancheranno di farci sapere di questo grande risultato del Jobs Act.

Tutto questo non è vero. Estrapolare dal rapporto dell’istituto statistico unicamente questo dato, senza riportare tutti gli altri, non permette neanche di scalfire la superficie della realtà – la realtà, sì, quella cosa in cui la gente continua a fare fatica a tirare alla fine del mese, a tenersi in casa i figli precari o disoccupati, le banche a non concedere mutui ai giovani e le partite Iva a chiudere.

È vero, ad ottobre sono calati i disoccupati rispetto al mese precedente. Ma sono cinque gli altri fattori che devono preoccuparci – e tanto – di questo rapporto.

  1. In primo luogo, oltre ai disoccupati sono calati anche gli occupati: sono 39mila in meno (un calo dello 0.2%).
  2. In secondo luogo, il dato che preoccupa più di tutti, quello della disoccupazione giovanile che aumenta al 39.8% (sale quindi dello 0.3%). Sono 7mila i giovani disoccupati in più questo mese. Se si considera questo dato assieme agli inattivi giovani (i “Neet”), il dato diventa ancora più clamoroso.
  3. Terzo, calano sostanzialmente anche i lavoratori indipendenti, e cioè principalmente le partite Iva. Una tendenza presente in tutto il 2015, in cui il calo complessivo è stato di 83mila unità.
  4. Quarto, il calo della disoccupazione è principalmente dovuto all’aumento della popolazione inattiva – che cioè non partecipa al mercato del lavoro. Questi sono aumentati di 32mila unità ad ottobre (+ 0.2% sul mese). L’incremento totale è di 196mila persone negli ultimi 12 mesi, con un tasso di inattività complessivo del 36.2%. È un dato molto alto in prospettiva.
  5. Quinto: l’unica fascia di età in crescita nell’occupazione è quella degli over 50, con 18mila posti di lavoro in più. Una tendenza costante: da gennaio 2013 ad oggi sono circa 900mila gli over 50 in più, con una crescita del 13.9%. Questo dato è confermato anche dal rapporto presentato ieri dalla Fondazione Di Vittorio della Cgil, come riporta Il Manifesto: “Tra il 2007 e il 2015 il numero degli occupati tra i 55 e 64 anni è cresciuto di un milione e 326 mila unità e il tasso di occupazione specifico ha segnato un aumento straordinario dal 33.4% al 48.1%”.

Dunque, il calo del tasso di disoccupazione affiancato a questi cinque punti dell’Istat viene fortemente ridimensionato. Potremmo riassumere così: calano i disoccupati, calano gli occupati, calano i lavoratori autonomi, aumentano fortemente gli inattivi, aumentano i disoccupati giovani. Complessivamente, un quadro ben diverso da una semplice diminuzione della disoccupazione.

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La lettura sociale, alla luce di questi dati, è un’altra: gli over 50 spodestano i giovani nella ricerca di un’occupazione. A conferma della difficile situazione di questi ultimi l’Eurostat, che da poco ha riportato come in Italia 6 “giovani adulti” su 10, fino ai 34 anni, continuino a vivere a casa dei genitori. E solo pochi giorni fa un rapporto presentato al Miur rivelava che meno della metà dei giovani in Italia decide di proseguire con la laurea dopo il diploma.

Insomma, il quadro che emerge non è quello di un calo della disoccupazione, da sbandierare a mezzo stampa. Ma è quello di un paese in cui dopo un anno di Jobs Act – e dei miliardi messi negli sgravi fiscali per le aziende – ancora per i giovani non c’è futuro. Non c’è lavoro. Peggio, sono gli over 50, i loro genitori a trovare lavoro al loro posto (complice anche la riforma delle pensioni che ha allungato la prospettiva di lavoro per questa fascia di età).

Insomma, alla fine del 2015 va esattamente come nel resto dell’anno. Per i giovani la vita costa di più. Vivono a casa dei genitori. Fanno lavori precari e sottopagati. E per loro non c’è lavoro. Del resto anche i programmi di governo volti ad abbattere la disoccupazione giovanile si sono rivelati dei flop clamorosi, come il progetto Garanzia Giovani.

Il lavoro cresce solo fra gli over 50, sono loro ad accaparrarsi i pochi posti di lavoro rimasti. Ma sarebbe anche questa una lettura infelice. Perché dire “Ora i padri rubano il lavoro ai figli” significherebbe ignorare il dramma di chi dopo i 50 anni si trova senza lavoro, con l’azienda che chiude, o a passare da un contratto a tempo a un altro, di sei mesi in sei mesi. Significherebbe ignorare le cause di questi dati. Esattamente come quando il governo ci viene a dire che: “È diminuita la disoccupazione”.

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