Ora l’Isis colpisce anche la Somalia

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Lo Stato Islamico, a poco più di un anno dall’annuncio di voler riunire sotto la bandiera nera i paesi del nord Africa, dell’Africa Occidentale, del Magreb e del Corno d’Africa, ha rivendicato il suo primo attentato in Somalia.

Ieri pomeriggio, gli uomini di Abu Bakr al Baghdadi avrebbero colpito un convoglio dell’Unione Africana in Somalia (AMISOM) che stava viaggiando all’altezza del Km13, conosciuto anche col nome di “Tredishe”, nel tratto periferico della strada che conduce dal cuore della capitale alla città di Afgooye.

La notizia, inizialmente diffusa da SITE Intelligence Group, ha trovato parziale conferma nelle dichiarazioni di Joseph Kibet, portavoce di AMISOM.“All’altezza del Km13 – ha raccontato Kibet a Voice of America – dopo il passaggio del convoglio è esplosa una mina”.

Tuttavia il portavoce AMISOM si è affrettato a smentire la rivendicazione degli uomini di al Baghdadi: “Noi non abbiamo visto nessun membro di ISIS. Pensiamo piuttosto che dietro questo attentato ci sia al Shabaab”.

Al­ Shabaab, parola che in lingua araba significa “giovani” ad indicare la giovanissima età delle reclute cooptate tra le sue file, è la costola somala di al Qaeda. Il gruppo emerge nel 2006 come ala militare del Consiglio somalo delle Corti islamiche e, nel 2012, diventa a tutti gli effetti membro del franchising qaedista a cui rinnoverà i voti dopo due anni.

Nonostante l’elevato numero di foreign fighters provenienti anche dall’occidente e dall’Asia centrale, la maggior parte degli affiliati sostiene ancora un’agenda locale – che concentra gli sforzi maggiori in Kenya – piuttosto che allargare i suoi orizzonti al jihad globale in chiave ISIS.

Per al Shabaab arrivano però tempi difficili. La cacciata da Mogadiscio e da Kisimayo e l’iniziale ripiegata verso le aree rurali. Il drone americano che il primo settembre 2014 uccide il leader di al Shabab Mokhtar Ali Zubayr. Il governo somalo che, nello stesso periodo, concede un’amnistia di 45 giorni a tutti i guerriglieri “moderati”.

E’ lunga e dura la serie di contraccolpi incassati dall’organizzazione che, negli ultimi anni, si è vista costretta a subire un drastico ridimensionamento delle sue capacità organizzative e logistiche.

L’indebolimento del fronte islamista locale diventa terreno fertile per la martellante propaganda dello Stato Islamico che comincia pian piano a dare qualche risultato. Nel maggio 2015, ISIS diffonde un breve video in cui miliziani di origine somala esortano i “veri mujaheddin” ad unirsi alla jihad globale.

Il primo anello della leadership qaedista a saltare sotto i colpi della propaganda nera è Abdul Qadir Mumin. Stando a quanto scoperto da Reuters, con Mumin, leader storico degli Shabaab nell’area di Puntland, sposano il jhiad transnazionale anche una ventina dei suoi uomini.

Ma la lenta emorragia che scorre da un fronte del terrore all’altro non si ferma. La scorsa domenica la National Security Agency della Somalia (NISA) ha arrestato un’altra figura di spicco dell’organizzazione, Hassan Fanah, durante un’operazione messa a segno proprio nella capitale somala. Nel breve comunicato pubblicato sull’account Twitter ufficiale dell’agenzia si legge che Fanah si era “convertito” all’ISIS intorno alla fine del 2015. Insieme a lui sono stati catturati almeno altri 12 miliziani.

La notizia circolata in merito alla presunta rivendicazione di un primo attentato, letta in accordo con le impronte lasciate dalla lenta ma crescente penetrazione del terrorismo transnazionale nel Corno d’Africa, non stupisce. Il chiaro disegno di al Baghdadi e l’insistente corteggiamento alla leadership autoctona troverebbero così un’importante conferma. La neonata vitalità dimostrata dalle cellule ISIS in terra somala, seppur ancora timida, sposterebbe verso l’alto l’asticella della tensione, già in fibrillazione in tutta l’area, segnando un significativo balzo in avanti per la minaccia globale.

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